di Errico De Gaetano

L’8 maggio ha avuto luogo la commemorazione dell’80° anniversario della battaglia di Takrouna, organizzata dall’ambasciata italiana a Tunisi con il supporto del ministero della Difesa tunisino e del comune di Enfida. Hanno partecipato alla cerimonia il sindaco di Enfida, Abdellatif Hamouda, l’ambasciatore italiano, Fabrizio Saggio, una rappresentanza delle forze armate tunisine e numerosi membri della neocostituita Associazione del Fante di Forli “Generale di Corpo d’Armata Mario Politi”, dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia e della Sezione dell’Associazione nazionale paracadutisti “Cesare Andreoli”.

Tale ricorrenza ha un significato particolare per il 66° reggimento e per la sezione di Forlì dell’Associazione Nazionale del Fante, intitolata per l’appunto al generale Politi, allora comandante del 1° battaglione del 66° reggimento che proprio a Takrouna combatté la sua ultima battaglia dal 20 al 22 aprile 1943. A premessa della cerimonia, i membri di detta associazione hanno visitato i luoghi dell’epico cimento, ripercorrendo le vicende di uno dei combattimenti più sanguinosi e accaniti della Seconda Guerra Mondiale che vide contrapporsi circa 450 fanti della “Trieste”, un centinaio di paracadutisti, una sessantina di granatieri e un’ottantina di tedeschi contro la 5ª Brigata neozelandese.

Data l’enorme importanza della posizione, che permetteva agli italiani di osservare l’intero schieramento alleato, i due schieramenti si fronteggiarono con enorme determinazione, combattendo ininterrottamente, casa per casa per tre giorni. I soldati italiani, smentendo ancora una volta una narrazione che troppo superficialmente si è radicata nell’immaginario collettivo, si batterono con straordinaria determinazione, tanto che gli avversari, che non erano da meno, dovettero riconoscere di avere incontrato “i migliori combattenti dell’intera campagna d’Africa”.

Il comunicato ufficiale italiano riconobbe che “il valore di questi uomini fu sublime”. Essi, infatti, ebbero l’ordine di difendere la vitale vetta di Takrouna con ogni mezzo e combatterono con una straordinaria tenacia fino all’esaurimento delle munizioni che li costrinse a soccombere. Dei circa 600 soldati italiani, una cinquantina riuscì a rompere l’accerchiamento, in massima parte paracadutisti, e 320 furono catturati, quasi tutti feriti. La battaglia era costata 280 caduti. Solo cinque tedeschi furono catturati. I neozelandesi riportarono 400 tra morti e feriti. I combattimenti si svolsero in un settore ampio circa due km ed è impressionante immaginare che almeno un terzo di tutte le perdite, circa 250 morti e feriti, fosse concentrata nel villaggio di Takrouna, un’area di soli 200x60m.

A ottant’anni di distanza, la battaglia di Takrouna rappresenta ancora il principale punto di riferimento del 66° reggimento, tanto da coincidere con la festa di corpo. Si preferisce ricordare una sconfitta, in luogo delle tante vittorie di quel glorioso reparto, perché in quelle circostanze disperate il valore fu assolutamente puro e il sacrificio genuino. Quei soldati non avevano alcuna speranza di successo e le possibilità di sopravvivere a una delle ultime battaglie della guerra in Africa, che si sarebbe conclusa il 12 maggio, erano davvero esigue, ma essi non si sottrassero al dovere, scolpendo nelle aspre rocce di Takrouna una lezione di spirito di servizio e di dedizione incondizionata. Gli eroi di Takrouna, italiani, tedeschi e neozelandesi, continuano a vivere nel ricordo del loro valore e, al di là della mera analisi dei fatti bellici, si pongono come chiaro punto di riferimento di virtù civica, dimostrando con un esempio concreto come sia possibile anteporre il bene della collettività e l’adempimento dei doveri istituzionali al perseguimento di pur legittimi interessi individuali.

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