Elisa Milan, moglie del maresciallo capo Vincenzo Di Canio, ci ha inviato una descrizione della vita dei parà in Afghanistan dal punto di vista, scrive, “di una persona che crede in quello che fanno”

Roma, 26 luglio 2011 – Afghanistan è sinonimo di guerra, terrorismo, povertà, ignoranza, sfruttamento. Lo scenario che ci suscita questa parola è uno dei più funesti e insidiosi che ci siano. Eppure i militari della Folgore sono lì giorno dopo giorno a combattere per il loro Paese. Quando si parla di Afghanistan coniugato ai militari, purtroppo, se ne parla quando il peggio è già successo, quando qualcuno si è sacrificato per un ideale, il suo ideale. Lo stesso che ci ha portato ad essere cittadini di uno Stato democratico libero. Quello che ci porta ad alzarci ogni mattina e affrontare la giornata senza porci il problema che ci sia qualcuno che, per ragioni a noi del tutto incomprensibili, possa far sì che quello sia il nostro ultimo giorno. Da lontano loro ci proteggono.

Vivono in condizioni durissime. Hanno rinunciato praticamente a tutto. C’è chi si trova in posti talmenti lontani e disagiati che è costretto a razionare l’acqua da bere, chi è costretto a lavarsi con pochissima acqua, chi non si ricorda nemmeno da quanto non fa una doccia. Chi per giorni e giorni mangia solo le razioni kappa, se è fortunato. Chi riesce a telefonare a casa e dire «Ciao sono io, sto bene» solo una volta al mese. Chi per sette lunghi mesi, notte dopo notte, se è fortunato dorme in una brandina da campeggio. Chi ha imparato a mettere gli stivaletti all’ingiù quando va a letto così è sicuro che scorpioni, ragni o altri animali del deserto durante la notte non si infilino nelle calzature.

Le fatiche psico-fisiche a cui sono sottoposti sono durissime. Ma loro ogni mattina si alzano e affrontano pericoli enormi, lavorando anche diciotto ore consecutive, con la massima professionalità. Ogni giorno, anche se le notizie non arrivano al nostro mondo, sventano attentati più o meno grandi. Ogni giorno sono attaccati dalle forze ribelli. Ogni giorno ci sono mortai pronti a tirare su di loro. E ogni giorno, passo dopo passo, annientano questa disumana situazione di barbarie terroristiche.

La loro è prima di tutto una scelta di vita, e in secondo luogo il loro lavoro: per quanto sia dura, non si lamentano mai. E nemmeno hanno il diritto di farlo, perché nessuno li ha obbligati. Hanno fatto una scelta. Ma noi invece, che dormiamo sonni tranquilli grazie a loro, abbiamo il dovere di ricordarli? Abbiamo il dovere di guardare i nostri figli e pensare che per uno sguardo sereno a un nostro caro c’è qualcuno che molto lontano, nel silenzio, lavora per garantirci la serenità? Quel qualcuno insieme alla sua famiglia si sta sacrificando per l’Italia. Per un tricolore tanto criticato ma che regna sovrano nei loro cuori. Alla domanda: ma ne vale la pena? Loro sicuramente dicono di sì… e noi siamo all’altezza di questi uomini che nemmeno conosciamo e che hanno messo a rischio la loro vita, il bene più prezioso, per la nostra?

Molti anni fa la Divisione Paracadutisti Folgore ricevette la medaglia d’oro al valore militare dopo la battaglia di El Alamein, e Churchill disse «Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore». Oggi in scenari totalmente diversi i ragazzi della Folgore portano nell’animo lo stesso spirito di sacrificio e devozione. Non chiedono nulla in cambio. Non un grazie. Perché lo fanno? Semplicemente perchè «sono fatti così».

Fonte: Quotidiano.net

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