di Monia Savioli

Qualcuno di noi, “reduci” del 9° corso informativo per giornalisti finalizzato alla conoscenza e alla prevenzione del rischio in aree di crisi, che ha coinvolto 27 giornalisti provenienti da ogni parte d’Italia,  ha già preso il volo verso Herat a pochi giorni dalla consegna degli attestati finali. Una full immersion  organizzata da Fnsi in collaborazione con stato maggiore Difesa  lunga un paio di settimane fra slides e simulazioni, organizzata per offrire ai giornalisti che partecipano una visione quanto più completa possibile delle Forze armate e degli scenari in cui queste operano  oltre ad una sorta di vademecum dei comportamenti corretti da tenere per non incorrere nei pericoli insiti nel ruolo di embedded.

E per esemplificare, la seconda settimana di corso, sviluppato fra il ed il 12 ottobre, è trascorsa a stretto contatto con i reparti specializzati nell’addestramento degli incursori,  il 9° Col Moschin, il Tuscania ed il Comsubin della Marina, che per la prima volta ha permesso ai giornalisti di entrare in punta di piedi nella base di La Spezia e di fare conoscenza con il G.o.i, Gruppo operativo incursori e con il G.o.s, Gruppo operativo subacquei, o – per usare un termine che sa di fiaba e di cui vanno doverosamente fieri  – palombari.

Fra rapimenti, scorte e check point simulati – dovessero cambiare lavoro, gli incursori sarebbero ottimi attori per il modo con cui hanno saputo interpretare la parte dei cattivi e giustamente impressionarci – siamo stati protagonisti di vari scenari, tratti dalla realtà. Una scuola operativa, con tanto di debriefing finale per discutere delle perplessità, delle paure, e delle sensazioni provate. Il cappuccio in testa o il freddo metallo del fucile alla nuca effettivamente  non appartengono alla quotidianità delle redazioni o del lavoro di collaboratore.

Provare ad indossare il primo (meglio…farsi incappucciare senza tanti complimenti), o avvertire il secondo, sempre da incappucciati dando le spalle al cattivo che preme e ti urla, è una esperienza che ha il pregio di far capire come potrai,  forse, reagire dovesse capitarti sul serio. Già conoscendo la sensazione di costrizione, di mancanza d’aria e di smarrimento, oltre che di minaccia, il panico potrebbe stemperarsi in una consapevolezza in grado di farti ragionare un po’ anche nei momenti in cui sarebbe spontaneo  e decisamente naturale non riuscirci. Il resto è teoria.

Utile, dalla lunga lista di acronimi militari che in buona parte continueranno purtroppo a restare enigmi se non a patto di utilizzarli frequentemente,  all’interpretazione dei gradi militari, dalla descrizione e approfondimento dei vari teatri operativi a mille altri argomenti. Grazie Federazione nazionale della stampa  italiana che per dare respiro alla  categoria – che rappresenta, a conti fatti, già di per sé un’area di crisi sufficentemente complicata da affrontare –  ha annullato i limiti di età previsti fino allo scorso anno ed ha applicato il criterio delle pari opportunità  scegliendo in egual numero colleghi e colleghe (poi alcune defezioni ci hanno portato a 27 dai 30 iniziali).

Grazie stato maggiore Difesa, organizzatore insieme a Fnsi, del corso, così intensamente voluto dal capo ufficio pubblica informazione di Smd,  generale di brigata Massimo Fogari che da anni sostiene la necessità di collaborare con la nostra categoria, volenti o nolenti, e che ci ha permesso di vivere questa esperienza.  Una riconoscenza che estendo anche a tutti coloro che, indipendentemente dai gradi e dalle diverse competenze,  ci hanno dedicato il loro tempo.  Grazie infine,  e come dicono gli inglesi, last but not least, ai nostri pazienti accompagnatori, capitano Marco Ciervo e 1° maresciallo Vincenzo Matera, dell’ufficio Pi di Smd e ai tutti i colleghi che ho avuto la fortuna di conoscere grazie al corso.

Foto di Luigi Calabrese

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