Così con i miei soldati in prima linea abbiamo ottenuto il rispetto dei locali

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di Giorgio Battisti

Sono stato in Afghanistan per quattro turni, con ruoli e compiti di comando e di staff nei quartier generali della Missione ISAF (International Security Assistance Force) e dell’Operazione a guida USA Enduring Freedom, avviando anche la presenza italiana già nel dicembre 2001 e terminando l’ultimo mandato nel gennaio 2014.

Tengo innanzitutto a precisare che l’Afghanistan, definito la “tomba degli imperi”, è uno scenario estremamente difficile, dove il fronte non esisteva, come nel caso del conflitto ucraino, poiché la minaccia poteva manifestarsi ovunque e in qualsiasi momento con imboscate, attacchi terroristici, esplosione di mine e di ordigni improvvisati (i temibili Improvised Explosive Device-IED) lungo gli itinerari. Anche le basi non potevano considerarsi sicure per l’imprevedibile comportamento di militari afghani filo talebani che più volte hanno aperto il fuoco contro i nostri Soldati, per cui tutti noi eravamo suscettibili di essere bersaglio di azioni ostili.

Servire in un ambiente internazionale è molto interessante, e direi entusiasmante, potendo maturare esperienze uniche per valore professionale, anche se non è sempre facile farsi considerare alla pari dai colleghi stranieri per stereotipi che ci trasciniamo da secoli, dovuti al fatto che il soldato italiano “non combatte” e preferisce il compromesso, si limita alla distribuzione di aiuti alla popolazione o invia un ospedale da campo, ed è solo bravo a preparare gustosi pranzi.

Ancora oggi, ufficiali stranieri ricordano – seppur in forma amichevole (ma lo ricordano!) – che nella 2a Guerra Mondiale abbiamo “cambiato schieramento” conflitto durante e che siamo sempre quelli dell’8 settembre, ben rappresentati dal celebre film del 1960 “Tutti a casa”, quando il Ten. Innocenti, interpretato magistralmente da Alberto Sordi, riporta in una telefonata al proprio comandante: [ … accade una cosa terribile, i Tedeschi si sono alleati con gli Americani].

Questo luogo comune, difficile da sradicare, richiede l’esigenza di presentarsi con una solida preparazione e approfondita conoscenza dello scenario operativo nel quale si è chiamati ad agire per superare la fase iniziale di questa diffidenza.

In Afghanistan la mia azione di comando, come quella di tutti i colleghi che mi hanno seguito, doveva essere esercitata contemporaneamente sul piano nazionale e su quello multinazionale, essendo sempre stato l’ufficiale più alto in grado in quel Paese.

Una responsabilità che riguardava più aree, quali la capacità di assolvere il compito stabilito dal mio incarico e quello previsto per gli altri militari italiani; la verifica che la condotta delle operazioni disposte dai comandi superiori alleati ai contingenti nazionali avvenisse secondo i termini concordati in sede politica in fase di configurazione della missione; la realizzazione di rapporti con i militari afghani mantenuti su di un piano di parità collaborativa; la protezione della popolazione locale, l’effettuazione di attività di ricostruzione delle strutture economiche ed amministrative e, eventualmente anche politiche, nei settori di responsabilità dei contingenti italiani.

Tale situazione richiedeva un modo di operare guidato dal ricorso prioritario al dialogo, al ruolo chiave dell’intelligence, all’uso proporzionale della forza come strumento di deterrenza e alla costruzione di un rapporto di fiducia e solidarietà con gli abitanti del posto.

Una condizione che ha determinato il costante aggiornamento della dottrina, della formazione, dell’addestramento, delle procedure e della preparazione per ogni teatro operativo dovute alla mutevolezza degli scenari che ci hanno visto protagonisti negli ultimi 25 anni.

Tutto ciò ha richiesto un approccio omnicomprensivo che non può essere disgiunto dall’aspetto politico, sociale ed economico che comporta una conoscenza specifica degli aspetti storici, antropologici, culturali ed economici. Appare, ad esempio, fondamentale sapere che non ci si può rivolgere ad una donna musulmana direttamente, ed è importante sapere che un militare deve sempre guardare negli occhi l’interlocutore locale, mai avere gli occhiali da sole o a specchio, mai porgere la mano sinistra perché è considerata la “mano impura”.

I nostri soldati hanno sempre operato in “prima linea” nell’assolvimento del compito previsto dal mandato e secondo il principio di all together in & together out: non siamo mai andati via prima degli altri e abbiamo sempre mantenuto fede agli impegni assunti. Sono ragazzi e ragazze che sanno essere determinati quando serve, disponibili ad aiutare i più deboli, pronti all’uso legittimo delle armi quando la situazione lo richiede!

Superata la diffidenza iniziale con le competenze e le capacità dimostrate sul campo, ho sempre constatato un grande rispetto verso le Forze Armate italiane. E questa è una realtà che mi ha fatto sentire orgoglioso di essere Italiano in ogni circostanza.

Concludo, ricordando una situazione definibile come il “dilemma dei comandanti” a tutti i livelli e riguarda l’osservanza delle norme del diritto internazionale umanitario, che deve essere conciliata con l’obbligo istituzionale e morale di garantire la sicurezza dei propri uomini e donne, verso i quali noi (comandanti) siamo responsabili nei confronti del governo che ci ha affidato le loro vite e, soprattutto, nei confronti delle loro famiglie.

Nella foto: il colonnello Giorgio Battisti, primo comandante del contingente italiano in Afghanistan, durante la visita del Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan al quartier generale di ISAF a Kabul, 25 gennaio 2002

 

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