Caro direttore, quando la vicenda Sallusti arriverà al suo epilogo ed il disegno di legge sulla diffamazione sarà sparito dall’agenda di questo Parlamento, cesserà anche lo stupore senza fine di chi racconta e quasi non ci crede. E la cronaca di quel che è successo, intorno ad una legge troppe volte annunciata, verrà consegnata alla storia di questo Paese.

Quel che è accaduto martedì in aula sembra incredibile: con voto segreto è stata reintrodotta per i giornalisti, imputati di diffamazione aggravata e, quindi, anche per i direttori responsabili e, quindi, anche per Alessandro Sallusti, la pena della reclusione, per eliminare la quale i senatori sono in ballo da oltre un mese.

Se non fosse chiaro a tutti, come dichiarato dal capogruppo al Senato del Pd, Anna Finocchiaro, «il voto segreto di oggi è stato usato come una rappresaglia contro la libertà di stampa», una lettura assai più generosa di quella offerta dal capogruppo dell’Udc, Gianpiero D’Alia: «È un segnale di vendetta che disonora in Parlamento».

Con una procedura surreale, che ha messo insieme i più fieri oppositori della libertà di informazione – intesa non certo come licenza di diffamare impunemente, ma come diritto e dovere di raccontare quel che accade nei palazzi del potere e fuori di essi – si è demolito quanto fatto finora, vanificando sedute in commissione e, soprattutto, in aula, nel corso delle quali appariva già chiaro a tutti quali fossero gli umori prevalenti e come sarebbe finita.

Ora c’è chi parla di nuovo del binario morto che il ddl starebbe per imboccare e chi, invece, spera che ancora non sia finita, per portare a compimento quanto avviato.

Una cosa, infatti, appare sicura: se si andasse avanti, potrebbero essere approvati, con voto segreto, altri emendamenti ulteriormente penalizzanti per i giornalisti – come quello che prevede l’interdizione dalla professione, alla prima condanna – ma non verrebbe eliminata la reclusione, oramai definitivamente approvata, anche se nulla appare scontato e tutto può ancora accadere.

Pare, infatti, che il Senato abbia intenzione di procedere oltre, nella missione impossibile di salvare Alessandro Sallusti dal carcere.

Siamo a pochi giorni dalla scadenza, oltre la quale l’ordine di carcerazione, già notificatogli, diverrà esecutivo, rendendo inutile e incomprensibile, vista la legittima reazione dell’interessato, l’estremo tentativo che è stato annunciato da Maurizio Gasparri.

Il capogruppo del Pdl ha anticipato che presenterà, con Gaetano Quagliariello, un «apposito emendamento» che, in dissintonia con il «nuovo» art. 57 del codice penale, appena riscritto dal relatore, lascerebbe il carcere per i giornalisti, ma limiterebbe alla sola sanzione pecuniaria – pur sempre la multa fino a 50.000 euro probabilmente – la pena per il direttore, che non sia l’autore diretto dell’articolo diffamatorio.

Poiché il codice penale prevede già che chi scrive risponde sempre di quel che ha scritto, si tratta di un’ovvietà, aggravata dall’incoerenza: la Commissione ha appena previsto che al direttore debba essere inflitta la stessa pena dell’autore dell’articolo, diminuita di un terzo. Se, invece, l’autore è ignoto, il direttore viene trattato, sotto il profilo sanzionatorio, come se l’autore fosse lui. In entrambi i casi, quindi, anche per il direttore la pena potrebbe essere la reclusione, grazie all’esito del voto segreto.

La nuova trovata andrebbe in scena martedì venturo – forse sì o forse no – quando le porte del carcere saranno prossime ad aprirsi per Sallusti, sulla cui sorte si sta giocando una partita diversa e la posta è, ancora una volta, la libertà di informazione.

Poiché la posta è troppo importante per essere affidata ancora a parlamentari oramai in disarmo, la sola soluzione possibile, che lo stesso Sallusti in fondo auspica, è di lasciare tutto com’è, in attesa di tempi e parlamenti migliori.

Caterina Malavenda, 15 novembre 2012

Fonte: Corriere della Sera

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