Alcune si strappano sull’inguine, altre sono infiammabili, altre ancora sono di colori bizzarri: i marines, che hanno quelle migliori, non vogliono cedere agli altri il loro brevetto

Sin da quando furono introdotte per la prima volta, probabilmente nella New Model Army di Oliver Cromwell nell’Inghilterra di metà ’600, le uniformi militari hanno avuto essenzialmente due scopi. Il primo: permettere ai soldati di distinguere gli amici dai nemici. Il secondo: essere abbastanza robuste da non ridursi in pezzi a causa delle condizioni, a volte piuttosto agitate, nella quali si trova spesso chi le indossa.

Dalla seconda metà dell’Ottocento, la tecnologia cominciò a rendere le armi in grado di colpire qualcosa con un ragionevole grado di precisione oltre una settantina di metri, e a questi due scopi se ne aggiunse un terzo: mimetizzare i soldati con l’ambiente circostante. Alla fine dell’Ottocento, i vari eserciti del mondo capirono che far indossare ai propri soldati eleganti giacche bianche o rosse nell’era delle mitragliatrici cominciava a non essere più una buona idea.

L’introduzione di uniformi dai colori spenti – non ancora mimetiche, cioè “a macchie”, ma comunque grigie, marroni o verdi – fu un processo lentissimo a causa dei problemi strutturali che affliggevano la mentalità burocratica e tradizionalista di quasi tutti gli eserciti del mondo: tanto lento che durante la Prima Guerra Mondiale i soldati francesi andavano all’assalto ancora vestiti di azzurro polvere, e, i primi mesi, spesso indossando guanti bianchi e sgargianti cappellini rossi.

Dai primi anni del ’900 non sembra in realtà essere cambiato molto, come racconta il settimanale The Atlantic, almeno nell’esercito americano, e non c’è da dubitare che sia così in molti altri eserciti. La storia delle uniformi americane degli ultimi anni racconta molto bene le assurdità e le distorsioni a cui è sottoposto il mercato delle forniture militari. Un mercato che – ci si aspetterebbe – dovrebbe essere estremamente efficiente, visto che dal suo funzionamento dipende la vita di migliaia, spesso decine di migliaia, di uomini.

Cominciamo da un’eccezione: il sistema mimetico che venne adottata nel 2002 dal corpo dei marines, uno dei cinque corpi delle forze armate USA, funziona. Si chiama MARPAT (che sta, in modo poco originale, per Marines pattern, “schema dei marines“) ed è un tipo di mimetica digitale, cioè dal disegno generato al computer. Il MARPAT venne adottato in seguito a una rigorosa serie di test sul campo e venne applicato sulla nuova uniforme da battaglia dei marines, la MCCUU che, a quanto pare, funzionava altrettanto bene.

Qui finiscono le buone notizie per i soldati americani. L’esercito americano – che è un corpo separato dai marines – decise di aggiornare le sue vecchie uniformi soltanto 3 anni dopo l’altro corpo, nel 2005: cioè 4 anni dall’inizio della guerra in Afghanistan e 2 anni dopo l’inizio della guerra in Iraq. Si potrebbe pensare che tutti questi anni di operazioni militari abbiano fornito moltissime esperienze utili per disegnare una nuova ed efficiente uniforme.

Oppure, per risparmiare denaro, l’esercito avrebbe potuto semplicemente copiare lo schema di colorazione e la forma delle uniformi dei marines. Non venne fatta nessuna delle due cose. L’esercito sviluppò il suo personale schema di colorazione – UCP – e la sua nuova uniforme – ACU – ed entrambe le innovazioni risultarono essere due pessime idee.

La sigla dello schema mimetico, UCP, sta per Universal Camouflage Pattern, che significa quello che state probabilmente immaginando. Per risparmiare, l’esercito americano ha cercato di inventare uno schema di colorazione valido per ogni ambiente – giungla, deserto e ambienti urbani – ottenendo il risultato di una mimetica che non andava bene per nessuno dei tre.

L’uniforme a cui l’esercito applicò questo schema di mimetizzazione, la ACU, non si rivelò affatto un prodotto migliore. Poco dopo l’arrivo in Iraq delle prime partite di nuove uniformi, la ACU si dimostrò particolarmente vulnerabile agli strappi nella zona inguinale. La prima risposta del Pentagono fu di inviare un numero maggiore di scatoloni di uniformi difettose nelle zone di guerra. Soltanto dopo due anni il metodo di cucitura della ACU venne rivisto per evitare che continuasse a strapparsi in azione: in tutto erano un milione le uniformi da sistemare.

A questi cambiamenti nelle uniformi partecipò anche l’aviazione americana, che è ancora un altro corpo rispetto a marines, marina ed esercito. Tra il 2003 e il 2005 l’aviazione prima testò e poi cominciò a distribuire una nuova mimetica detta blue tiger-stripe, che sta per “strisce di tigre blu” e che, effettivamente, era di colore blu – ottima, commenta l’articolo sull’Atlantic – per nascondersi in mezzo agli alberi di Pandora, il pianeta di Avatar.

Dopo due anni, in seguito a moltissime lamentale del personale di servizio, la mimetizzazione venne nuovamente cambiata in colori che non ricordassero quelli degli sfortunati soldati francesi della Prima Guerra Mondiale. Purtroppo la versione leggera di questa nuova uniforme venne distribuita soltanto a partire dall’anno scorso. Il che significa che, per cinque anni, gli avieri in Iraq hanno avuto da indossare soltanto l’uniforme invernale.

Resta soltanto la marina, che con 7 anni di ritardo, nel 2009, decise di seguire la strada del corpo dei marines, introducendo uno schema di colorazione digitale per le sue uniformi: uno nuovo, anche questo creato da zero. Ma questo schema era piuttosto simile a quello del corpo dei marines, che ha fatto una richiesta ufficiale affinché le altre armi non copino i suoi schemi di colorazione. Come commenta l’Atlantic, è stata una sorta di guerra sul copyright tra corpi dell’esercito, simile a quella che divide Samsung e Apple. Oltre ai problemi di diritti, la nuova uniforme della marina ha anche un altro difetto: è altamente infiammabile, tanto da essere stata definita «rischiosa per la vita dei marinai».

La conclusione dell’Atlantic è piuttosto amara: nessuno, scrive, si aspetta decisioni finanziariamente intelligenti da parte dei militari. Quello delle forniture all’esercito è un mercato particolarmente inefficiente, essendo una combinazione di monopsonio, un mercato per cui di un bene esiste solo un compratore, ed oligopolio, un mercato dove c’è un ridotto numero di venditori. Un esempio di questa inefficienza è il caso degli F-35, un programma sempre più costoso e afflitto da ritardi cronici che alla fine produrrà «il miglior jet del mondo per combattere i Transformers o dare una mano ad Iron Man – scrive l’Atlantic – ma che è il peggior aereo del mondo per i moderni campi di battaglia non generati al computer: l’aviazione americana non sta affrontando proprio molti combattimenti contro i jet da caccia talebani».

Ma almeno ci sarebbe da aspettarsi che il Dipartimento della Difesa riuscisse a ordinare uniformi durevoli, con il miglior sistema mimetico che la scienza attualmente è in grado di produrre. Solo la «stupidità galattica» del Pentagono può permettere che le uniformi dei militari americani abbiano scarse performance in nome delle pubbliche relazioni e del marketing che sono – secondo il settimanale – i due motivi fondamentali che hanno portato a questa lunga lista di assurdità militari.

Davide Maria De Luca, 20 gennaio 2013

Fonte: ilpost.it

 

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