
“A patti con il nemico“: un’analisi di trenta accordi dall’antico Egitto a oggi. Il monito che viene dal passato in un’era di disordine mondiale e guerre ibride .
di Giuseppe Di Matteo
“Creano un deserto e lo chiamano pace”. Spetta al celebre monito di Tacito (che aveva immortalato con poche parole l’aggressiva politica di Roma) alzare il sipario su una verità assai scomoda: la storia umana non è che un susseguirsi di guerre intervallate da accordi più o meno duraturi. Lo sa bene Gastone Breccia, docente di Storia militare all’Università di Pavia e autore del saggio A patti con il nemico. Storia del mondo in 30 trattati di pace, edito da Marsilio, che ha scelto di cimentarsi con gli accordi di pace che a suo parere hanno cambiato il mondo: dalla “pace per l’eternità” siglata tra Ramses II e gli Ittiti fino alla controversa firma di Doha con i Talebani. “La pace non è uno stato di natura, ma un pactum – sottolinea Breccia – un’invenzione fragile, una scelta condivisa tra vecchi nemici che decidono di sospendere l’uso della forza”. E ha mille sfaccettature: può essere imposta per preparare nuove conquiste o equilibri faticosi; oppure, si legge ancora nel saggio, è un passaggio che può voler significare “stringere la mano al diavolo”. Ma, questo è il pregio del saggio, l’autore ci svela soprattutto l’anatomia di “un miraggio”. Soprattutto in un’era di disordine globale e di “guerre ibride” che prevedono uno stato di ostilità incessante non dichiarata ufficialmente e che, proprio per questo, non possono concludersi attraverso un tradizionale trattato di pace.
Professor Breccia, lei definisce la pace un’invenzione fragile. Considerando l’attuale scenario globale, cosa dobbiamo aspettarci?
“Purtroppo nel mondo in cui viviamo è sempre più difficile siglare patti duraturi. L’attuale disordine globale indica proprio il crollo degli equilibri e la mancanza di fiducia nelle controparti. Pensiamo al conflitto in Iran: la difficoltà nel concluderlo deriva anche dai dubbi sulla solidità interna del regime e dal ruolo dei Guardiani della Rivoluzione. Esiste un problema di fiducia reciproca: come possono gli iraniani fidarsi di statunitensi e israeliani dopo essere stati attaccati senza una ragione immediata valida? In questo scenario, chi deve concludere i conflitti fatica a trovare un terreno comune”.
Di alcuni conflitti si parla spesso, di altri molto meno. Perché secondo lei?
“I conflitti dimenticati sono quelli che non toccano gli interessi immediati, economici o politici, delle grandi potenze. Per esempio, la guerra in Congo: nonostante milioni di morti, in questo momento non ci sono in gioco risorse imprescindibili per lo scacchiere mondiale. In Sudan servirebbe una missione di interposizione, ma nessuno vuole rischiare dopo il fallimento dell’Onu in Ruanda negli anni ‘90, dove si fece una figura tremenda. Queste “guerre minori” possono trascinarsi per decenni proprio perché nessuno è disposto a investire per fermarle”.
Tra i tanti trattati da lei studiati quale ritiene più significativo per comprendere il nostro presente?
“Senza dubbio il processo che va dal 1919 al 1923, da Versailles a Losanna. Lì si concentrano tutti i nodi: l’ingenuità dei 14 punti di Wilson, la sete di vendetta francese, il revanscismo tedesco – che fu il prodotto della “pace cartaginese” imposta alla Germania a Versailles – e lo smembramento dell’Impero Ottomano. I disastri che vediamo oggi in Medio Oriente nascono proprio dai confini tracciati in quegli anni. È quel periodo storico che dobbiamo studiare meglio per capire dove abbiamo sbagliato”.
Cosa ci fa capire che un trattato di pace è un ponte verso il futuro e non una semplice tregua armata?
“Non esiste una regola universale, ma una spia importante è la magnanimità del vincitore. Quando chi è in vantaggio dimostra di non voler infierire e concede allo sconfitto condizioni che gli permettano di tornare rapidamente alla prosperità e a un ruolo internazionale, allora la pace ha speranza di reggere. Caso esemplare è il Congresso di Vienna: gli inglesi concessero alla Francia condizioni tali che lo stesso Napoleone li definì “impazziti”. Al contrario, paci “cartaginesi” o punitive come quella di Versailles portano inevitabilmente a nuovi conflitti”.
Nel saggio lei sviscera il concetto di guerra ibrida, la cui conseguenza è una zona grigia di ostilità incessante. Come costruire la pace in questi casi?
“Le confesso che sono un po’ pessimista. I nostri strumenti di controllo sono inadeguati per la “guerra ibrida”, che danneggia l’avversario rimanendo sotto la soglia del conflitto aperto. Penso agli attacchi cibernetici quotidiani contro banche, trasporti e università, come il grande attacco hacker alla Sapienza di Roma di qualche mese fa. Sappiamo da dove provengono, ma non lo diciamo per evitare crisi internazionali. In questo momento mancano strumenti legali di diritto internazionale per punire i responsabili, costringendoci a vivere in una pace che non è vera pace”.
Il suo saggio è anche un affascinante mosaico di civiltà. Chi ci ha insegnato di più in fatto di guerra?
“I romani, senza dubbio. Ci hanno insegnato tanto, nel bene e nel male. E sono riusciti a costruire un impero solido grazie alla capacità di far valere la propria cultura, non soltanto la propria forza militare”.
È immaginabile un mondo senza guerre?
“Le rispondo pensando a Kant e alla sua “pace perpetua“: la sua grandezza sta nell’aver tracciato l’unica prospettiva possibile, che lui chiama confederazione di repubbliche e che mette il diritto al centro della loro convivenza. È inutile sperare nella bontà e nel solo progresso, bisogna avere la consapevolezza che ci deve essere un sistema di regole che limiti l’uso della forza. Personalmente, non credo nelle utopie di stampo religioso, credo nella forza del diritto”.
Fonte: Quotidiano Nazionale





