I figli d’Europa e la guerra

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Marco Mondini

di Marco Mondini

Sono in molti a credere che la salvaguardia dell’Ue passi (anche) dalla volontà dei suoi abitanti, specialmente dei più giovani, di partecipare alla sicurezza collettiva. E dalla loro disponibilità a sacrificarsi se fosse il caso. Il problema è che potrebbero non essere d’accordo

Se vogliamo proteggere la nostra libertà e la nostra democrazia dobbiamo essere pronti a soffrire. Dobbiamo essere anche pronti a perdere i nostri figli. Il primo a sostenerlo è stato Fabien Mandon, il capo di stato maggiore della Difesa francese. L’ultimo, per ora, è stato Richard Knighton, il suo parigrado britannico. «I nostri figli dovranno combattere se necessario». Se avessero osato pronunciare parole simili anche solo tre anni fa, sarebbero stati presi per folli. Ma oggi i generali parlano a un’Europa sotto assedio. Impaurita. Aggredita, per dirla con Sergio Mattarella.

Un’Europa in cui la guerra non è più uno spettacolo esotico confinato in Paesi lontani, da contemplare distratti sullo schermo televisivo, ma un rischio concreto. Non più un tabù linguistico ma una possibilità evocata nel lessico della politica. «Dobbiamo essere preparati per una guerra su vasta scala», ha dichiarato il segretario della Nato Mark Rutte. Viviamo «in un mondo di guerra, un mondo di predatori», gli ha fatto eco Ursula von der Leyen.

La maggior parte dei governanti del Vecchio mondo sembra vederla allo stesso modo. Baltici e scandinavi, che il pericolo russo lo guardano in faccia tutti i giorni, costruiscono bunker, polacchi e tedeschi pensano ai carri armati. Chissà se basterà.

Chissà se gli Stati europei potranno affrontare un conflitto aperto o, meglio ancora, evitarlo sviluppando una deterrenza credibile. Ora che Trump li ha lasciati soli, o quasi, a custodire i propri confini. Con i loro piccoli «eserciti bonsai», concepiti per le missioni di pace, che sul fronte del Donbass reggerebbero forse alcune settimane. E con le loro masse di cittadini-consumatori, più o meno indifferenti a tutto ciò che ha a che fare con politica estera e difesa.

«Se si andrà in guerra non dovranno battersi solo i militari ma il Paese intero», recita un assioma attribuito a più di qualche alto ufficiale europeo. Ma il «Paese intero» è ancora immerso nella nostalgia dei felici decenni di pace scontata, in cui l’onere delle armi era scaricato su una manciata di professionisti. E questa estraneità preoccupa.

Il 27 novembre, in un discorso alla base di Varces, Emmanuel Macron l’ha detto chiaramente. Per sopravvivere ai pericoli che la minacciano la Francia ha bisogno di stringere «un nuovo patto tra il Paese e l’esercito», di «lever» (mobilitare) la nuova generazione. Per questo ha varato un nuovo servizio militare nazionale, con tremila giovani reclutati su base volontaria ogni anno.

Poco dopo il Parlamento tedesco ha votato una legge che fa passare la Bundeswehr dagli attuali 180mila a 260mila effettivi e crea un corpo di riserva di 200mila uomini e donne. Volontari sperabilmente, estratti a sorte tra i ventenni idonei, se necessario.

Nei prossimi mesi toccherà agli italiani discuterne. Non perché ministri e generali a Berlino, Parigi o Roma vogliano tornare alla vecchia leva obbligatoria, che oggi sarebbe inutile e costosa. Ma perché sono in molti a credere che la salvaguardia dell’Europa passi (anche) dalla volontà dei suoi abitanti, e specialmente dei più giovani (i «nostri figli»), di partecipare alla sicurezza collettiva. E dalla loro disponibilità a sacrificarsi se fosse il caso. Il problema è che i figli potrebbero non essere d’accordo.

Macron si è detto fiducioso di poter chiamare i giovani a servire. Ma un sondaggio Ipsos rivela che, se la maggioranza dei francesi è favorevole a un nuovo servizio militare, solo il 40% tra chi ha meno di 24 anni si dichiara disposto ad arruolarsi e ancora meno sono quelli disposti a partire in battaglia.

Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco, è ottimista sulla risposta dei concittadini ai bisogni del Paese. Ma il 5 dicembre, mentre i deputati del Bundestag decidevano di ripristinare la visita di leva, migliaia di studenti in Germania scendevano in piazza urlando contro la coscrizione (che non ci sarà) e proclamando di non voler essere la «carne da cannone» dei vecchi che hanno lasciato in eredità solo lavoro precario, un welfare in pezzi e un presente violento.

Per citare Massimo Recalcati, pare che i figli d’Europa non abbiano nessuna intenzione di essere Telemaco, che rispetta il debito simbolico nei confronti del padre e all’occorrenza prende le armi al suo fianco per difenderne la casa. Convincerli che ne vale la pena, che vale la pena battersi per la casa europea, è la sfida che questa classe dirigente deve affrontare.

Fonte: la Repubblica

 

 

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