L’esercito turco, sostenuto dalle milizie ribelli siriane prevalentemente jihadiste, ha lanciato mercoledì scorso una vasta operazione militare ad est del fiume Eufrate nel Nord-est siriano per ripulirlo dai “terroristi” dello YPG, (“Unità di Difesa del Popolo”), una formazione curda che domina le Forze Democratiche siriane (SDF), un’alleanza curdo-araba che, sostenuta da Washington, ha contribuito in modo decisivo alla sconfitta dei Jihadisti dello Stato Islamico (Isis) che aveva eretto come sua capitale Raqqa, città che si trova proprio nel cuore del nord-est siriano che SDF controlla. Ecco quali sono le forze militari presenti oggi sul terreno di un conflitto che rischia di avere evidenti ripercussioni non solo sui destini della minoranza curda ma anche sul futuro scenario di una Paese lacerato dal 2011 in una guerra che ha coinvolto direttamente potenze mondiali e regionali.

Turchia e le sue milizie
La Turchia afferma di aver lanciato la sua offensiva denominata “Fonte di Pace” al fine di eliminare le YPG definite da Ankara come “gruppo terroristico”. Le forze turche contano dal cielo su una potente aviazione e a terra dalla potenza di fuoco dell’artiglieria pesante. Sul campo di battaglia invece Ankara ha mandato un’armata di ribelli e jihadisti siriani costituitasi appena all’inizio di questo mese con il nome “Esercito Nazionale Siriano”, NSA. Il numero degli effettivi di NSA, secondo un loro portavoce, “è di 18.000 soldati” addestrati e finanziati da Ankara con uno stipendio mensile di “550 lire turche”, l’equivalente di circa 85 dollari. L’NSA non è altro che un’alleanza tra il disciolto “Esercito Libero siriano” i cui effettivi sono sul libro paga di Ankara e un accozzaglia di milizie jihadiste provenienti prevalentemente dalla provincia di Idlib, grande enclave ribelle nel Nord-ovest della Siria dominate dalla ex filiale siriana di al Qaida del Fronte al Nusra, oggi chiamato Hayat al Tahrir. Tra le file di NSA, composto da otto battaglioni, si è distinto in questi giorni un battaglione che si fa chiamare “Ahrar al Sahrqiya” che dopo aver ucciso domenica in un’imboscata sull’autostrada tra Manbij e Qamishlo, Hevrin Khalaf, una delle più conosciute attiviste per i diritti delle donne e segretaria generale del partito Futuro siriano. Ahrar al Sharqiya, che oggi si definisce come “Secondo battaglione di NSA”, è un gruppo islamista originario del Governatorato orientale di Deir Ezzor. Fondato da alcuni fuoriusciti dell’ex filiale siriana di al Qaida, Fronte Al Nusra tra cui Abu Maria Al Qahtani; il gruppo è stato anche accusato di stretta alleanza con il cosiddetto Stato Islamico. Oggi ha cambiato il suo logo originario sostituendo lo storico vessillo di al Qaida ricamato con la scritta “Non vi è altro Dio che Allah”, con la bandiera nazionale siriana.

Le SDF
Le Forze democratiche siriane (SDF) sono state costituite nell’ottobre del 2015 dalla fusione dello YPG con ribelli arabi sunniti oltre che a cristiani e turcomanni. La colonna portante di SDF sono i combattenti e le combattenti curdi che contano su 11 mila effettivi che fino a ieri sono stati addestrati e sostenuti militarmente dalla Coalizione Internazionale anti-Isis guidata da Washington. I combattenti di SDF sono armati principalmente di armi leggere e RPG, ma fino a ieri hanno potuto fare uso a mezzi, armi e attrezzature sofisticate messe a loro disposizione dagli Stati Uniti per combattere gli uomini del Califfato. E non è chiaro se ad oggi i curdi sono ancora in possesso di questo arsenale o se sia stato trattenuto dagli americani. L’unico modo per i curdi di fare fronte alla supremazia militare del nemico è quello di “imporre un no-fly zone su Rojava”, (Il Kurdistan siriano), come chiedono comandanti dello YPG citati dalla tv al Arabiya. In aggiunta all’interdizione ai voli dell’aviazione militare turca, ai curdi “servirebbero anche un centinaio di lanciarazzi anti-carro Milan”, gli stessi usati dai curdi di Erbil (Kurdistan iracheno) per fermare l’avanzata dei blindati dell’Isis” nell’estate del 2014″, come ha detto ad askanews un diplomatico curdo-iracheno.

Forze USA
Gli Stati Uniti schierano sul posto circa 2.000 marine, inviati nel Nord-est siriano per sostenere i curdi nella loro guerra contro l’Isis. I marine si trovano in basi dislocate in diverse zone del Rojava. Dopo l’annuncio del presidente Usa Donald Trump di ritiro delle forze americane, tra 50 e 100 marine presenti lungo la frontiera con la Turchia hanno lasciato le loro postazioni dando così luce verde alle truppe del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di sferrare l’attacco. Ieri, in un’intervista televisiva, il segretario alla Difesa americano, Mark Esper ha dichiarato che gli Stati Uniti si stanno preparando a evacuare circa 1.000 soldati da tutto il nord della Siria “nei tempi più rapidi possibili”.

Forze di Damasco
Al quarto giorno dell’offensiva, Sdf, grazie ad una mediazione delle Russia alleata di Damasco, ha stretto un accordo con il vecchio nemico, il regime del presidente Bashar al Assad, per contrastare l’invasione turca. “Per evitare e affrontare questa aggressione è stato raggiunto un accordo con il governo siriano. In questo modo l’esercito siriano può essere dispiegato lungo il confine siro-turco per aiutare Sdf”, ha scritto sulla sua pagina Facebook l’amministrazione curda. L’obiettivo, ha proseguito, è quello di “liberare le città siriane occupate dai turchi, come Afrin” nel Nord-Ovest. E interpellato dall’agenzia Russia Today, il generale curdo Ismet Sheikh Hasan ha detto che dalla notte le truppe siriane e russe possono entrare a Kobane e Manbij per contribuire a contrastare i turchi. Dopo l’accordo di ieri con i curdi, l’esercito siriano è arrivato al confine con la Turchia entrando nella città di Tel Tamer, dove con ogni probabilità si troverà di fronte le forze armate di Ankara, come riferiscono media locali. E dopo 6 anni, le truppe di Assad sono entrate per la prima volta nella città di Ayn Issa, una località a nord di Raqqa che si trova all’interno della zona soggetta all’intervento militare turco e in cui ci sono i campi dove sono rinchiuse le famiglie dei miliziani dell’Isis.

Foto: Delil SOULEIMAN / AFP

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