“Ecco come la guerra ibrida ci sta colpendo”

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di Rinaldo Frignani

I pericoli della guerra ibrida. “L’obiettivo è minare la coesione di un Paese e l’anello più esposto è la singola persona. Parla il generale di corpo d’armata Carmine Masiello. “Oggi l’Esercito o è tecnologico o non è. Siamo davanti a una rivoluzione”

“Rinforzare l’informazione e la consapevolezza pubblica sulla guerra ibrida, a partire da chi indossa l’uniforme. Come capo di Stato maggiore dell’Esercito ne sento l’urgenza per le conseguenze che può avere sui miei soldati. Siamo in guerra. Ibrida, ma pur sempre guerra». Il generale di corpo d’armata Carmine Masiello non usa giri di parole. La minaccia è presente, proprio mentre guida la più profonda trasformazione che l’Esercito abbia mai vissuto nell’era moderna.

Generale, cosa comporta la guerra ibrida?

«Chi la conduce logora l’avversario senza offrirgli il pretesto per reagire, saggiando di continuo fin dove ci si può spingere prima che scatti una risposta. Il rischio è concreto: non solo subire, ma scivolare per errore in un confronto aperto. C’è un dato che aiuta a misurare il fenomeno: gli attacchi cibernetici gravi sono cresciuti di quasi il 50% a livello globale e di oltre il 40% in Italia. Ma accanto al cyber c’è tutto il resto: sabotaggi a infrastrutture e cavi sottomarini, disturbo dei segnali satellitari, violazioni sistematiche degli spazi aerei alleati, interferenze nelle campagne elettorali. E poi c’è la disinformazione».

A cosa si mira?

«L’obiettivo è minare la coesione di un Paese e l’anello più esposto è la singola persona. Il vettore è lo smartphone che ciascuno di noi ha in tasca, con cui si informa e forma le proprie opinioni. Per questo che stiamo per distribuire al nostro personale un manuale di autodifesa cognitiva per riconoscere le leve emotive che la disinformazione utilizza per cogliere i campanelli d’allarme e applicare quattro regole pratiche: fermarsi, controllare, confrontare, e solo alla fine condividere. Anche se poi la tenuta del Paese dipende dalla risposta integrata di istituzioni, imprese, mezzi di comunicazione e mondo dell’informazione, fino a ogni cittadino».

Cosa ci insegna la guerra in Ucraina?

«È un tragico laboratorio dove si combattono tre guerre in una: convenzionale, tecnologica e cognitiva. Il vecchio modello degli eserciti occidentali non regge più. Sul fianco est ci è stato chiesto di schierare unità capaci di esprimere una deterrenza reale: guidiamo il battlegroup multinazionale in Bulgaria e siamo in Lettonia, Ungheria ed Estonia. La guerra non chiede il permesso e il contingente deve essere pronto a rispondere».

In che modo?

«Oggi l’Esercito o è tecnologico o non è. È una rivoluzione, resistere significa soccombere. E il campo di battaglia è diventato trasparente: la densità e la diffusione dei sensori hanno reso la sorpresa quasi impossibile. In pochi minuti, o anche secondi, ciò che viene visto viene colpito. Nascondersi dal nemico è molto difficile, ma possiamo ancora confonderlo. Allo stesso modo è decisivo il peso delle scorte di munizioni, di mezzi e materiali. Il nuovo principio è la “rilevanza della massa”: le forze si logorano rapidamente e senza la capacità di generarle e rigenerarle subito, non si può sostenere un confronto prolungato».

Discorso che vale anche per la dronizzazione?

«L’impiego massivo di sistemi robotici autonomi a basso costo è ormai un fatto. Solo nel 2025 la Russia ha lanciato sull’Ucraina 50mila droni Shahed: sciami di piattaforme economiche, prodotte in serie e considerate sacrificabili, che saturano i sensori avversari, ne consumano le munizioni di pregio e costringono a scelte continue su dove guardare e cosa colpire. È il principio dello steel before flesh: mandare avanti l’acciaio prima della carne. La dronizzazione è un aspetto dirompente, ma richiede una revisione strutturale della nostra organizzazione, a partire dalla velocizzazione delle procedure di acquisizione. Ma occorre anche costruire un rapporto di squadra con l’industria ed entrare in una dimensione culturale, oltreché tecnico-professionale: i droni hanno bisogno di comandanti capaci di impiegarli, integrandoli nella pianificazione e condotta di ogni operazione. E il soldato deve considerarli parte del proprio equipaggiamento, qualcosa che sta nello zaino come il fucile o la radio. Infine c’è l’autoproduzione: la capacità di realizzare e modificare gli apparati direttamente nei reparti e sul campo di battaglia, con la stampa tridimensionale e l’acquisizione in proprio dei materiali. Come abbiamo fatto durante l’ultima esercitazione “Aegis 26” a Monte Romano (nella foto) davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella».

E l’IA che ruolo ha?

«Oggi viene applicata a supporto dei processi decisionali e per la logistica “predittiva”, dove sta dando risultati concreti. Ma ci sono anche dei rischi: l’atrofia cognitiva, ad esempio, che porta a fidarsi ciecamente dell’algoritmo invece di ragionare, e la deresponsabilizzazione del comando. Il controllo umano rischia di ridursi a una ratifica formale. Su questo, la mia posizione è netta: l’automazione non cancella i doveri di comando. Abbiamo posto un paletto non negoziabile: sarà sempre un essere umano a decidere sulla vita e sulla morte».

Fonte: Corriere della Sera

Foto: SME

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