di Giuseppe Palomba
C’è un silenzio strano nelle strade. Un silenzio che sa di assenza, di vetrine abbassate e di un tempo che sembra non appartenere più a nessuno. Le edicole stanno scomparendo. Una dopo l’altra, lentamente, come foglie in autunno. E con loro se ne va un pezzo importante della nostra cultura quotidiana, un frammento tangibile della nostra memoria collettiva, un elemento essenziale per la nostra formazione e la nostra crescita.
Chi oggi ha più di trent’anni sa bene cosa significasse per noi, da bambini, l’avvicinarsi a un’edicola. Era un momento carico di emozioni: la trepidazione di scoprire se fosse uscito il nuovo numero del fumetto preferito, la caccia alla figurina mancante o il poster da appendere in cameretta, il settimanale con i testi delle canzoni, la rivista con il regalo tanto atteso, il film o il cd da comprare ad uscite periodiche. Eppoi le discussioni con l’uomo dei giornali e le tante emozioni vissute in quel periodo. L’edicola era molto più che un punto vendita: era un piccolo tempio di carta, un luogo di scoperta, di formazione e, in fondo, anche di educazione sentimentale.
Eppure oggi le edicole muoiono, in silenzio, tra l’indifferenza generale. La crisi dell’editoria, la digitalizzazione, il cambio delle abitudini: tutto vero. Ma non basta questo per spiegare un crollo così profondo. C’è un’altra responsabilità, meno tecnica ma più grave, che ricade sulle spalle di tutti noi adulti: non aver saputo trasmettere alle nuove generazioni il valore della lettura su carta, il fascino del contatto fisico con un giornale, un albo illustrato, una rivista.
Abbiamo consegnato ai nostri figli uno schermo prima ancora di dargli un libro. Così non li abbiamo resi grandi, ricchi e moderni. Li abbiamo condannati, al contrario, a restare piccoli nella fantasia, poveri nelle emozioni, schiavi di una tecnologia che, prima o poi, presenterà il suo salato conto. Abbiamo lasciato che cercassero informazioni attraverso internet, ma non gli abbiamo insegnato a cercare conoscenza tra le pagine. Li abbiamo resi esperti di velocità, ma senza profondità. E ora ci stupiamo se non leggono, se non frequentano le edicole, se non si emozionano più davanti a un’uscita editoriale.
Le edicole non sono solo vittime del progresso: sono soprattutto vittime dell’amnesia culturale degli adulti. Noi, che abbiamo vissuto l’epoca dei giornali piegati sotto il braccio, dei Topolino infilati nello zaino dopo la scuola, dei pomeriggi passati a incollare figurine, abbiamo dimenticato di raccontare tutto questo. Abbiamo fallito nel tramandare un’abitudine che non era solo consumo, ma era rito. Un rito che insegnava ad aspettare, a scegliere, a collezionare, a leggere con attenzione.
E così oggi, mentre l’ennesima edicola abbassa per sempre la sua saracinesca, ci ritroviamo più poveri. Non solo di punti vendita, ma di simboli. Di occasioni di incontro, di comunità, di formazione. Chiudono le edicole, e con loro si chiude un’epoca. Ma soprattutto si chiude una porta che avremmo dovuto tenere spalancata per i nostri figli con tutte le nostre forze. E che ora, forse, sarà difficile riaprire. Quando loro se ne accorgeranno sarà però troppo tardi e difficilmente ce lo perdoneranno.





