Pubblichiamo il ricordo del generale di corpo d’armata (r) dell’Arma dei Carabinieri Carmelo Burgio, già comandante del battaglione carabinieri paracadutisti del reggimento “Tuscania” a Valona
Nella vita errabonda che di norma ci aspetta, noi soldati conosciamo una miriade di persone – superiori, colleghi, dipendenti – imparando cosa fare e, più spesso, cosa NON fare. Vi è chi anche chi passa e va, svanisce, non lascia il segno, come l’orma sul bagnasciuga, e chi ricordi per sempre per un gesto positivo, o per un’epica carognata.
Son stato per un breve periodo alle dipendenze del generale Girolamo Giglio, credo in un momento importante per entrambi.
Per lui, impegnato per la prima volta in una missione fuori area, si profilava imminente la restituzione – per sempre – ai Suoi affetti familiari, dopo una vita a servire l’Italia e soprattutto i suoi ragazzi di leva. Ma l’Italia gli chiedeva quest’ultimo sacrificio, pronta a chiedergliene poco dopo un altro, atteso che evidentemente se la fosse cavata bene.
Per me si trattava della prima volta che operavo con i miei carabinieri paracadutisti al di fuori della bolla di sicurezza e amicizie consolidate che per me rappresentava la “Folgore”.
Occorsero pochi minuti, in quella giornata di primavera del 1997, a Valona, nella terra delle Aquile, per comprendere che sarebbe stata un’esperienza positiva. Quel generale incarnava il solido fante, di buon senso e buon cuore, che badava alla sostanza e ti rispettava per primo a prescindere. Uomo e Umano nel chiamare per nome tutti i suoi ragazzi venuti con lui da Bologna. Ed era singolare avvedersi che quella familiarità non faceva mai venir meno la militarità. Era evidente fosse rispettato e, prima di tutto, stimato.
Quando i miei scapestrati paracadutisti gli fregarono la scrivania, per mettere su il mio ufficio, fu spontaneo fargliela restituire. Perché senza rudezze, senza protervia, il rispetto da noi tutti seppe immediatamente riscuoterlo.
Fu un punto di riferimento nella Vlore devastata dalla rivolta, consapevole che avremmo lavorato per lui, e capace di assumersi responsabilità nuove. Non dovette essere facile credere che quegli scapestrati col basco amaranto non gli avrebbero creato guai, ma ebbe fiducia, e così facendo ci ebbe tutti con lui. Era un piacere tornare dalle attività esterne, incrociare il suo sguardo fra il paterno e il divertito, e potergli dire che anche quella volta fosse andato tutto bene. Perché sapevo che dietro quello sguardo sereno, un po’ di preoccupazione per quei nuovi strani ragazzi, la stesse provando. Ci consentì di lavorare in una bolla di serenità rara. Non rimpiansi la mia “Folgore”.
Meritava rispetto, ed è stato fra i superiori d’un tempo cui ho sempre ritenuto doveroso e giusto restare vicino. Quando nulla puoi chiedere, ma solo ringraziare per averlo avuto con te. E sentivo che l’apprezzava.
Quei pochi mesi hanno lasciato tracce che altri neppure in anni hanno saputo, e sanno, imprimere.
È bello, ora, leggere quanti dei suoi ragazzi di un tempo hanno di lui memoria. Ed è bello ora unirsi a chi lo ha stimato e voluto bene, e portargli idealmente il saluto di quella che battezzammo “Banda Autocarrata Autonoma” di Valona. I miei carabinieri paracadutisti, ricordandolo, lo stimavano ancora a distanza di anni, e non sono gente facile all’elogio.
Nella foto: il generale di brigata Girolamo Giglio, comandante della “Friuli”, al porto di Valona il 21 aprile 1997





