di Carmine Masiello*
Competenza tecnologica e mente filosofica: l’Esercito italiano, come le altre forze armate occidentali, sta adeguando i propri strumenti a quelli utilizzati nel conflitto russo-ucraino, ma se ci si concentra solo su quel modello si finisce per prepararsi a un passato già superato. Le sfide emergenti, dall’Africa all’Artico, richiedono una pianificazione lungimirante e capacità di anticipazione
La capacità di reagire rapidamente alle minacce è oggi una delle principali sfide a cui sono chiamate le democrazie occidentali. I processi decisionali sono lenti e complessi, mentre i possibili attacchi si manifestano con tempistiche immediate. È dunque urgente considerare quanto la realtà internazionale richieda un adattamento radicale, perché la sfida è allineare i tempi della politica e delle istituzioni democratiche con la velocità operativa necessaria. La guerra, perché è di questo che stiamo parlando, non riguarda solo i militari, ma investe l’intero sistema-Paese. I militari combattono e rischiano la vita, ma alle loro spalle, direi al loro fianco, è necessario il supporto di una struttura nazionale compatta che li sostenga, sul piano materiale e morale. Nei conflitti non è solo la società che si mobilita, ma è l’Italia nella sua interezza a essere coinvolta; per questo il legame tra Forze Armate, opinione pubblica e istituzioni deve essere costruito in tempo di pace, attraverso un dialogo che crei consapevolezza e coesione.
Nei conflitti, la differenza tra vita e morte spesso si gioca sulla rapidità e sulla qualità delle decisioni. L’iniziativa, poi, è il cuore della leadership: un comandante non può permettersi di subire gli eventi. In guerra, limitarsi a reagire è perdere terreno, mentre chi anticipa e prende l’iniziativa aumenta le probabilità di successo e di protezione delle truppe. Questo è ciò che è accaduto in Afghanistan, sta accadendo in Ucraina e rischia di ripetersi altrove se non si cambia approccio. L’Esercito italiano, come le altre forze armate occidentali, sta adeguando i propri strumenti a quelli utilizzati nel conflitto russo-ucraino, ma se ci si concentra solo su quel modello si finisce per prepararsi a un passato già superato. Le sfide emergenti, dall’Africa all’Artico, richiedono una pianificazione lungimirante e capacità di anticipazione.
Il conflitto in Ucraina è il laboratorio più avanzato per comprendere la guerra contemporanea. Non si tratta solo di un confronto militare sul terreno, con trincee, mine e scontri diretti, ma di un conflitto che definirei a tre livelli. Al combattimento convenzionale si affianca quello tecnologico, dove droni e nuovi sistemi stanno ridefinendo le capacità operative. Ma la sfida più pervasiva è quella cognitiva: è una guerra fatta di disinformazione e manipolazione, che non si limita al fronte ma coinvolge l’intero Occidente. I droni non sono più semplici strumenti di ricognizione, ma armi che stanno cambiando radicalmente il modo di combattere. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, fin dall’inizio del suo mandato, ha sollecitato la riflessione a livello politico su come negli ultimi vent’anni, mentre in Italia si è fatto poco, altri Paesi hanno investito pesantemente, in particolare proprio l’Ucraina. Oggi i droni coprono tutto lo spettro operativo: aerei, anfibi, terrestri. Non si limitano a sorvegliare o raccogliere dati, ma portano attacchi elettronici, offensivi e persino biologici (ad esempio l’Ucraina, priva di una marina tradizionale e con soli droni marini, ha inflitto danni enormi alla flotta russa del Mar Nero). Pensare però che l’esercito possa essere sostituito da un “esercito di droni” è un’illusione. I droni sono strumenti, ma il controllo del terreno richiede ancora la presenza fisica dell’uomo. C’è poi un altro vincolo pratico: l’evoluzione tecnologica è talmente rapida che un drone oggi ha una vita media di pochi mesi prima che venga neutralizzato da contromisure. Accumulare grandi arsenali di droni sarebbe quindi inefficiente.
Il conflitto in Ucraina ha dimostrato che il soldato moderno non è più solo un combattente sul terreno, ma un vero e proprio sistema integrato: le capacità individuali devono comprendere la gestione e l’utilizzo di strumenti avanzati, perché il successo sul campo dipende dalla capacità di operare in un ambiente tecnologicamente complesso. La guerra non si combatte solo con armi convenzionali: la dimensione cibernetica è ormai parte integrante delle operazioni militari e difendere le reti informatiche è vitale, perché informazioni, comunicazioni e comandi viaggiano su infrastrutture digitali che vanno protette. Ma serve anche la capacità offensiva nel dominio cyber, perché chi controlla lo spazio digitale può neutralizzare il nemico prima ancora che si passi all’azione sul terreno. Su questo fronte l’Italia ha sviluppato una delle capacità più avanzate in ambito cibernetico ed elettromagnetico. Un esempio è il cosiddetto Dome – una sorta di cupola digitale che protegge le unità sul campo, neutralizza le interferenze e le capacità nemiche salvaguardando la trasmissione dei dati.
Va poi ricordato come il Ministro Crosetto, che conosce il mondo industriale della Difesa, abbia più volte e nei più diversi consessi nazionali e internazionali enfatizzato come uno dei principali ostacoli all’adeguamento tecnologico delle Forze Armate è rappresentato dai tempi lunghissimi del procurement militare, che non sono compatibili con il ritmo di evoluzione del mondo civile e industriale. «È il momento del cambiamento. Difesa e industria della Difesa devono accelerare radicalmente. Innovazione tecnologica, capacità produttiva e agilità amministrativa devono diventare pilastri della strategia nazionale. Viviamo tempi difficili, che esigono risposte forti. L’Europa ha bisogno di un’Italia forte…». Così il Ministro ha recentemente ribadito, un invito netto ad accelerare i tempi e potenziare le capacità produttive e decisionali del comparto difesa. Non si tratta solo di comprare più velocemente, ma di costruire un rapporto più stretto e dinamico tra le esigenze operative e il mondo produttivo, in modo da ridurre il divario temporale tra l’identificazione di un bisogno e la sua concreta soddisfazione. La velocità del procurement diventa, di fatto, una capacità operativa a tutti gli effetti. «La Direzione Nazionale Armamenti deve diventare un luogo dove si elabora pensiero strategico e dove la tecnologia è di casa. Con la separazione tra Segretariato Generale Difesa e Direzione Nazionale Armamenti si è aperta una nuova fase. Obiettivo è rafforzare governance, accelerare processi decisionali e garantire gestione integrata di risorse e programmi». Con queste parole il Ministro ha sottolineato l’urgenza di snellire i processi decisionali e ridurre i tempi burocratici legati all’approvvigionamento militare.
Parallelamente, il contesto operativo attuale richiede un modello organizzativo che superi l’accentramento decisionale e valorizzi l’iniziativa diffusa, soprattutto nei livelli più bassi della catena di comando. L’esempio ucraino dimostra come siano spesso i giovani sul campo, capaci di costruire in autonomia droni, ordigni e software, a fare la differenza.
E a proposito di giovani, per affrontare le sfide attuali serve abituarsi a pensare fuori dagli schemi, un approccio che si scontra con la naturale tendenza delle organizzazioni gerarchiche a gestire la formazione. Uscire dall’irreggimentazione mentale significa creare strutture che favoriscano il contraddittorio e il confronto tra idee diverse, foriere di soluzioni innovative. In quest’ottica ho introdotto lo studio della filosofia nelle scuole militari, con l’obiettivo di formare ufficiali capaci di ragionare in modo critico, laterale e indipendente. È un investimento di lungo periodo, ma necessario per trasformare il modo di pensare e agire di un esercito che dovrà sapersi adattare a un mondo sempre più complesso e imprevedibile. La vera rivoluzione culturale che l’Esercito sta portando avanti, insomma, è il riconoscimento che le idee non hanno gradi. In un contesto in cui l’innovazione corre veloce e le sfide richiedono approcci non convenzionali, le intuizioni non possono restare appannaggio dell’alto comando o di chi ha più anzianità. Il contributo dei giovani è essenziale, non solo per la loro familiarità con le nuove tecnologie, ma perché rappresentano il motore del cambiamento.
* Generale di Corpo d’Armata, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito
Fonte: Corriere della Sera





