di Marino Niola

La bandiera è il fotogramma originario della nazione. Identità e comunità, avvenimenti e sentimenti, svolte e rivolte, fratellanza e appartenenza, riassunti in un pezzo di stoffa colorata. Nel nostro caso, in quel verde bianco e rosso “a bande verticali e di eguali dimensioni” come recita l’articolo 12 della Costituzione, che rappresentano il simbolo dell’italianità. Non da molto, ma sembra che sia così da sempre. In parte perché i simboli non hanno età e in parte perché il tricolore è nato davvero prima dell’Italia, che quest’anno celebra il suo centosessantesimo compleanno. All’anagrafe il nostro vessillo vede la luce il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia (nella foto, la Sala del Tricolore) come bandiera della Repubblica Cispadana, ispirata agli ideali della Rivoluzione Francese. Ma appena un secolo dopo appare già eternizzata nelle parole di Giosuè Carducci che il 7 gennaio 1897 tiene il discorso celebrativo del primo centenario del tricolore. Lo stato unitario è solo ai suoi primi vagiti. Ma poco importa. Perché simboli tendono sempre a staccarsi dal loro supporto storico, come una navicella spaziale dal razzo vettore, per volare fuori dal tempo. E infatti il poeta patrio fa dei colori dello stendardo gli emblemi cromatici di una araldica nazionale, dove natura e storia, paesaggio e carattere, tradizioni e vocazioni, mitologia e geografia, disegnano il profilo identitario di un Belpaese pacifico e pacioso. Senza istinti predatori e dominatori, senza icone imperiali né imperialiste. “Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci nel santo vessillo”. Al loro posto, le tinte madri di una terra generosa e armoniosa, “le nevi delle alpi, l’aprile delle valli, le fiamme dei vulcani”. Sfumature coloristiche di un cuore gentile, traboccante di pietate e cortesia, che si riflettono nella “fede serena” del bianco, in quella primavera dell’anima che è il verde “perpetua rifioritura della speranza”. E nel rosso “passione e sangue dei martiri e degli eroi”. Di fatto l’autore di Pianto antico mostra una sottigliezza iconologica degna degli emblematisti barocchi. Come Cesare Ripa e Andrea Alciati, capaci di rendere la forma parlante e il colore eloquente. Trasformando le astrazioni in immagini concrete.

In realtà la materia prima della bandiera, nostra e altrui, è fatta di valori storici, sociali e ambientali, tradotti in icone che tutti riconoscono. Anche quelli che non ne conoscono storia e significato. E’ un atto di comunicazione estremamente elementare di al tempo stesso estremamente sofisticato. Perché usa figure semplici per comunicare una realtà complessa. Segno ad altissima definizione, la bandiera è una forma primitiva di segnale a banda larga. Arriva a tutti e subito. Perché ricorre a un linguaggio basico, pressoché universale, come quello dei colori e delle forme. Al confine tra cultura e natura. Non a caso il pantone della bandiera italiana corrisponde a delle tonalità fondamentali dello spettro cromatico, i cui significati tendono ad assomigliarsi anche in società e tempi diversi. A cominciare dal bianco, il grande cosmetico del mondo, l’interruttore che dà luce alle cose e le fa tornare nell’ombra. Questo non-colore, che in potenza li contiene tutti, simboleggia l’equilibrio, la giustizia, il candore, l’innocenza, la sincerità degli ideali, la purezza della giusta visione. E se il bianco è associato al verde, diventa sinonimo di una purezza civile e morale che si colora di attesa e di speranza. Perché il verde è la tinta della vita che rinasce della fertilità, del rinnovamento. E quindi del Risorgimento, inteso come una primavera della patria.

La grande mistica tedesca Ildegarda di Bingen definisce viriditas, con parole nostre “verdezza”, l’energia vitale, quella che alimenta i corpi naturali e, in senso figurato, quel corpo collettivo che è la nazione. Non a caso di antichi incisori dipingono di verde la croce cristiana in quanto emblema della rigenerazione dell’umanità. E last but not least, il condottiero medievale Amedeo VI di Savoia, grande esponente della dinastia che unifica l’Italia, è soprannominato il Conte Verde. E se al bianco e verde si aggiunge il rosso, quello delle camicie garibaldine e del sangue dei patrioti, entra in campo il più colorato dei colori. La sua straripante virtualità simbolica ne fa un significante dai mille significati. La vita e la morte, l’amore e il fervore, lo slancio e il sacrificio, la potenza e la violenza, l’effervescenza e l’emergenza, la seduzione e l’emozione, la passione e la rivoluzione. Nella notte dei tempi i nostri antenati neandertaliani dipingevano di rosso i morti per ridar loro il colore del sangue e l’apparenza della vita. E, per lo stesso motivo, anche noi a centomila anni di distanza, indossiamo qualcosa di scarlatto a Capodanno, o nei momenti red passion. Ma ora il rosso purpureo del covid sta trascolorando lo Stivale. Il giallo e l’arancione oscurano il verde e il bianco isola la Sardegna. Così in tricolore, invece che unire il paese, lo divide in zone di pericolo, su cui sventola la bandiera della pandemia.

Fonte: Robinson, la Repubblica 13 marzo 2021

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