di Antonio Bettelli
La celebrazione della Festa della Repubblica sulle pendici dell’Appennino Tosco-Romagnolo tra le province di Firenze e Ravenna, nei luoghi della Linea Gotica che furono teatro di alcuni degli eventi più significativi della Campagna Militare d’Italia per la liberazione dall’occupazione nazifascista, è diventata ormai una consuetudine per gli abitanti delle comunità montane delle valli del Lamone e della Acerreta e per numerosi appassionati di escursionismo, di storia militare e di cultura locale. Anche quest’anno, in occasione dell’ottantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Italiana, il Passo della Cavallara e la frazione di Lutirano hanno offerto una sentita occasione di ricordo istituzionale e d’incontro tra diverse appartenenze.
I due solchi vallivi del Lamone e dell’Acerreta si innestano tra le quinte delle dorsali appenniniche amministrate dalla provincia di Firenze e dalla regione Toscana e appartenenti orograficamente alla provincia di Ravenna e alla regione Emilia Romagna. Quasi uno scherzo geopolitico tra le due entità di confine che meriterebbe, per la sua origine, una narrazione a sé stante.
Si tratta di una porzione di territorio non solo segnata dal dissesto idrogeologico provocato negli ultimi anni dalle violente e copiose precipitazioni atmosferiche, ma anche gravata dallo spopolamento delle comunità locali. Un binomio naturale e demografico che depriva un territorio – ancora immune da fenomeni di antropizzazione negativi come quelli cui assistiamo in altre aree rurali e urbane del Paese – delle risorse materiali e umane necessarie per la salvaguardia di un patrimonio di primario valore per il Paese.
Ciò che rende unica questa celebrazione, tra le numerose che connotano la ricorrenza della Festa della Repubblica, è la concomitanza con la commemorazione della battaglia di Monte della Cavallara che vide compiersi, tra il 3 e il 10 ottobre 1944, il sacrificio in combattimento dei soldati di fede Sikh del Reggimento Indiano “Punjab” inquadrati – insieme ai soldati scozzesi del Reggimento “Argil” – nell’8^ Divisione Britannica.
Centinaia furono le vittime delle due formazioni alleate che nel prosieguo dell’operazione militare furono sostituite sul fronte del Senio dai soldati italiani del Gruppo di Combattimento Friuli, una delle grandi unità di livello divisionale dell’Esercito Italiano formatesi nel settembre del 1944 sulle pendici beneventane del Sannio per evoluzione del preesistente Corpo Italiano di Liberazione.
I soldati del Gruppo Friuli furono impegnati in prima linea nella primavera del 1945 per la liberazione della città di Riolo dei Bagni, quest’ultima sottoposta a 127 giorni di assedio da parte delle truppe germaniche, ed entrarono nella città di Bologna per la proclamazione della liberazione del capoluogo emiliano il 21 aprile dello stesso anno.
In linea di combattimento, variamente dispiegati sul fronte dell’avanzata angloamericana e alleata vi erano, oltra al “Friuli”, i Gruppi di Combattimento Cremona, Folgore e Legnano. Nelle retrovie, con compiti tecnico-logistici, si trovavano il “Mantova” e il “Piceno”.
Il valore non solo simbolico ma fattuale di quella partecipazione stenta ancora oggi ad attecchire nella coscienza del popolo italiano, anche a dispetto dei numerosi sforzi compiuti dalle istituzioni per addivenire a una narrazione equilibrata di uno dei periodi più difficili e fondamentali della storia nazionale. Accade, dunque, che le diatribe politiche e gli interessi di parte sottraggano al racconto della guerra di liberazione il valore della verità. Nella realtà, la Resistenza fu movimento nazionale collettivo, istituzionale e popolare; ad animarlo, nei fatti dolorosi di quella breve ma esistenziale epopea, vi furono militari e civili: c’erano le Forze Armate, riorganizzatesi dopo il dolorosissimo travaglio dell’armistizio, c’erano le formazioni partigiane, di appartenenza politica trasversale rispetto allo scenario dei partiti e dei movimenti d’opinione esistenti a quel tempo, c’erano le centinaia di migliaia di militari italiani internati nei campi di confinamento in Germania e in Polonia, che silenziosamente rifiutarono la libertà loro promessa in cambio dell’adesione alla Repubblica Sociale Italiana, c’erano le migliaia di cittadini che dietro le quinte deturpate dall’impoverimento materiale e sociale della guerra fiancheggiarono i combattenti militari e civili e offrirono protezione alle minoranze afflitte dalla macchina razzista operata con atrocità dalla Germania e sostenuta dalla vergognosa partecipazione del governo fascista, anche con l’acquiescenza della monarchia, quest’ultima poi condannata dall’esito referendario del 2 giugno 1946.
Furono momenti tragici per la nostra nazione: italiani combatterono contro italiani, molti di loro egualmente convinti di fare la cosa necessaria o giusta, per opinione ideale o per mera ideologia, per la salvaguardia delle rispettive famiglie al nord o al sud della penisola, in alcuni casi per mistificato valore di coerenza rispetto a una scelta rivelatasi sbagliata. Non sempre è facile decidere; non lo è specie quando il campo del confronto è gravato dalla paura, quando lo stato di guerra catalizza le qualità negative e positive dell’animo umano, tanto negli atti di codardia quanto in quelli di altruismo. La guerra è terribile non solo perché uccide gli esseri umani provocando grave distruzione materiale, ma perché denuda l’uomo ponendolo alla frontiera della propria coscienza, tra verità e menzogna, tra coraggio e codardia, tra generosità e bieche opportunità personali.
E così, sulle pendici assolate del Passo della Cavallara, tra gli abitati di Marradi, di Popolano e di Lutirano, in occasione di questo 2 giugno, ottantesimo anniversario della Repubblica, si è ricordato il tributo di sangue versato sul suolo italiano dai soldati del Reggimento Punjab rappresentati oggi nel nostro paese dalla comunità indiana di Novellara, cittadina in provincia di Reggio Emilia, quest’ultima divenuta sede del tempio religioso e del luogo di culto della confessione Sikh in Italia.
Con la commemorazione dei fatti d’arme della Cavallara sono stati vivificati, anche grazie alla partecipazione di molti abitanti del luogo, gli altissimi valori della Costituzione della Repubblica Italiana: inclusione nel sostenere il dialogo interreligioso, uguaglianza nell’esercizio dei diritti dei cittadini a prescindere dall’appartenenza culturale ed etnica, tolleranza nei riguardi delle minoranze, rinnovo dell’impegno a esercitare, se necessario e sul modello dell’esempio offertoci dai nostri padri, il sacro dovere della difesa della Patria.
La commemorazione è avvenuta presso il cippo eretto al Passo della Cavallara dalla comunità Sikh – quest’ultima presente alla cerimonia con numerosi appartenenti e con le parole pronunciate da Satnam Singh, portavoce della comunità. Presenti anche le autorità locali che hanno contributo alla realizzazione del monumento, in particolare il comune di Marradi, rappresentato nell’evento commemorativo dal suo primo cittadino, il sindaco Tommaso Triberti. Importante è stato anche il coinvolgimento nella ricorrenza della diocesi locale, con il Parroco di Marradi don Mirko Santandrea, e del delegato regionale emiliano-romagnolo per l’ecumenismo e per il dialogo interreligioso Marco Coltellacci. Presenti, inoltre, i labari e i gagliardetti di alcune associazioni d’arma e di volontariato e una portavoce della Sezione di Marradi dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia che ha dato lettura di un testo dedicato ai combattimenti della Cavallara elaborato dalla presidente Luisa Calderoni. Non per ultimo, quale cofondatrice della ricorrenza, ha partecipato con alcuni dei suoi appartenenti l’Associazione Reduci del Gruppo di Combattimento FRIULI, tra questi l’estensore del presente articolo intervenuto anche a nome del presidente Paolo Grandi.
Significativo e fondamentale per la riuscita dell’evento è stato il coinvolgimento di numerosi escursionisti, molti dei quali iscritti alla sezione CAI di Faenza, che hanno percorso il sentiero della “Battaglia della Cavallara” ideato da Alessandro Liverani in memoria dei combattimenti occorsi a cavaliere della Linea Gotica nel territorio marradese durante la campagna di liberazione nell’estate e nell’autunno del 1944.
In tale quadro, è stata significativa anche la partecipazione di una rappresentanza dell’abitato di Crespino sul Lamone presieduta da Irene Alpi, promotrice del locale comitato Onorcaduti. Crespino del Lamone, va rammentato, è il luogo dell’eccidio di quarantatré civili compiuto dalle truppe germaniche tra il 17 e il 18 luglio del 1944 ed è oggi sede di un monumentale ossario costruito a memoria del tragico evento.
La bella giornata di commemorazione e di ricordo si è conclusa nel parco della Parrocchia di Lutirano dove, per merito del bravissimo diacono Gianluca Massari, e con l’intervento dell’Associazione Volontari della Valle Acerreta, è stato servito un pranzo offerto dalla comunità Sikh ed è stata presentata in nuova edizione un’opera a carattere storico documentale dal titolo “La Guerra nelle mie Valli” di Cesare Bonfante.
Non per ultimo, va evidenziato che a più riprese durante le fasi della ricorrenza sono state espresse parole di ricordo in memoria di Romano Rossi, ex Presidente dell’Associazione FRIULI, prematuramente scomparso tre anni fa all’età di sessantadue anni. Storico appassionato della linea gotica e della campagna di liberazione, cittadino della Valle del Senio, amante della sua gente e del territorio, Romano Rossi è stato l’ideatore dell’iniziativa per la commemorazione della battaglia di Monte della Cavallara e il promotore del rapporto di amicizia con la comunità Sikh di Novellara. Romano Rossi vive ancora oggi nelle menti e nei cuori della gente dei luoghi e degli appartenenti all’Associazione Reduci del Gruppo di Combattimento FRIULI. Come ha ricordato Gianluca Massari, la sua scomparsa non ha creato un vuoto, ma ha aperto uno spazio fecondo per animare il racconto della storia e per nutrire l’amicizia.





