L’ingegno e la generosità dell’Ucraina, l’alleato migliore dell’Europa

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Un soldato ucraino tiene in mano il drone intercettore P1-Sun il 29 aprile 2026 nella regione di Donetsk, in Ucraina. I soldati ucraini che difendono Kramatorsk dagli attacchi dei droni russi — come Shahed, Gerbera, Molniya e UAV da ricognizione — utilizzano il drone intercettore P1-Sun, uno sviluppo esclusivamente ucraino in servizio nell’esercito dal 2025. (Foto di Alex Nikitenko/Global Images Ukraine via Getty Images)

di Lesia Bidochko

Quando è l’ultima volta che avete sentito funzionari ucraini chiedere carri armati e missili a lungo raggio? Quelle richieste, un tempo il ritornello costante della guerra, sono ora piuttosto rare. Non perché il conflitto stia volgendo al termine, ma perché la guerra è cambiata in modo radicale e l’Ucraina si è adattata a questi cambiamenti più rapidamente di quanto chiunque si aspettasse.

Quella che era nata come una risposta improvvisata ai problemi di approvvigionamento dell’artiglieria si è trasformata in una complessa “economia dei droni”, che offre lezioni preziose per la difesa europea.

I droni Fpv (first-person-view), piccoli e agili velivoli senza pilota controllati in tempo reale dagli operatori, sono utilizzati in modo massiccio dal 2023. Economici ed efficaci, hanno iniziato a svolgere i compiti che un tempo spettavano ai costosi proiettili di artiglieria. La produzione ucraina è cresciuta vertiginosamente: da poche migliaia di unità nel 2022 a circa 3 milioni nel 2025, con una capacità che all’inizio del 2026 supera gli 8 milioni di droni Fpv all’anno. Gran parte di questa produzione proviene da una rete decentralizzata di oltre 500 aziende private, gruppi di volontari e piccoli laboratori, sostenuti da programmi statali.

La Russia, pur disponendo di risorse enormemente superiori, nel 2025 ha prodotto solo circa due milioni di droni Fpv. Pro capite, l’Ucraina supera la Russia di un fattore compreso tra sei e nove. Il talento ingegneristico civile ucraino – ingegneri, specialisti informatici e persino appassionati – è stato rapidamente reindirizzato verso le esigenze della difesa, preservando al contempo il potenziale per applicazioni civili nel dopoguerra. Questa “dronizzazione” dell’economia dimostra che una nazione più piccola può generare un effetto militare sproporzionato attraverso l’innovazione e la flessibilità, anziché attraverso la mera superiorità numerica. Sul campo di battaglia, l’impatto è profondo: i droni assicurano una ricognizione continua, consentono attacchi di precisione e accorciano drasticamente i tempi di ingaggio. Sono diventati inoltre uno strato essenziale e a basso costo della difesa aerea.

Questa è ormai una guerra di droni, sistemi autonomi e software. E in questa guerra l’Ucraina è passata da allieva a maestra. La conferma è arrivata questa primavera nel Golfo: quando l’Iran ha attaccato gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita con ondate di droni Shahed a basso costo, le forze armate del Golfo hanno cominciato a valutare il drone intercettore sviluppato da una startup ucraina, il cui costo si aggira sui 2.500 dollari (2.100 euro) – ben altra cosa rispetto ai costosi missili Patriot americani, che arrivano a costare milioni di dollari l’uno. L’Ucraina aveva già affrontato questa sfida in tre anni di combattimenti.

E’ difficile sopravvalutare l’impatto dei droni sul campo di battaglia. Le valutazioni ucraine indicano che oggi i droni sono responsabili del 70-80 per cento delle perdite russe in termini di uomini e mezzi sul fronte.

Questi piccoli velivoli senza pilota intercettano altri droni, sostituendo spesso i costosi missili superficie-aria. Svolgono funzioni vitali di sorveglianza e presidio sulle zone contese, riducendo la necessità di esporre la fanteria a un pericolo costante e contribuendo così a compensare la cronica carenza di personale di cui soffre l’Ucraina. E, aspetto cruciale, colpiscono in profondità la logistica russa, i depositi di rifornimenti e le infrastrutture petrolifere – gli stessi obiettivi raggiungibili anche dai missili a lungo raggio forniti dall’occidente. Questi sistemi, tuttavia, incontrano spesso vincoli politici imposti dai governi donatori, preoccupati di un’eventuale escalation. I droni di fabbricazione ucraina non sono soggetti a tali restrizioni. Questa autonomia è di fondamentale importanza: senza la capacità di degradare sistematicamente la logistica russa anche in territorio russo, l’Ucraina non può alterare in modo sostanziale l’andamento della guerra. I droni sono attualmente lo strumento principale – e in molti casi l’unico – di cui l’Ucraina dispone per provarci.

Nel giugno del 2025, 117 piccoli droni ucraini, per un costo complessivo di circa 117 mila dollari (100 mila euro), hanno danneggiato o distrutto a terra oltre 40 aeromobili russi, il cui valore stimato era di circa sette miliardi di euro. Questa è l’equazione fondamentale della guerra moderna: sistemi economici e sacrificabili che infliggono danni enormi a sistemi costosi e insostituibili, a centinaia di chilometri dalla linea del fronte, nel cuore di aree un tempo ritenute al sicuro da qualsiasi minaccia.

Operazioni recenti, tra cui attacchi a raffinerie di petrolio e depositi di carburante russi, hanno periodicamente costretto Mosca a riorientare le proprie difese aeree e risorse lontano dal fronte, esercitando una reale pressione economica sulla macchina da guerra dell’aggressore.

La lezione per l’Europa è chiara: decentralizzare, accelerare e smettere di considerare l’Ucraina come un paese da assistere. L’Ucraina è oggi l’unico attore del continente che intercetta e distrugge droni russi su scala industriale ogni notte. I suoi ingegneri hanno affrontato e risolto problemi che nessun membro della Nato ha ancora dovuto fronteggiare. Questo patrimonio di conoscenze è una risorsa preziosa per tutta l’Europa.

La distanza dell’Italia dalla linea del fronte rende tutto ciò un’opportunità, non un obbligo. A differenza della Polonia o dei Paesi baltici, l’Italia non sta costruendo difese antidroni sotto la pressione esistenziale della vicinanza al conflitto. La tradizione ingegneristica italiana, la sua base manifatturiera e la cultura delle pmi sono esattamente gli ingredienti su cui si regge il modello ucraino. La domanda è se i quadri normativi degli appalti evolveranno abbastanza rapidamente da aprire loro uno spazio. Qualsiasi conflitto futuro avrà una significativa dimensione legata ai droni e alla guerra elettronica. I paesi che avranno già costruito competenze istituzionali in questo settore non si troveranno a cominciare da zero.

L’Ucraina ha dimostrato che la “dronizzazione” non significa militarizzazione, ma piuttosto la mobilitazione intelligente dell’ingegno civile al servizio della sicurezza collettiva. L’opportunità di abbracciare questo modello – con l’Ucraina come partner a pieno titolo e su base paritaria – non va lasciata sfuggire.

Lesia Bidochko è policy fellow presso l’European Policy Institute di Kyiv (EPIK), professoressa associata di Scienze politiche presso la Kyiv-Mohyla Academy e ricercatrice non residente presso l’European University Viadrina di Francoforte sull’Oder

Fonte: Il Foglio

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