In Bulgaria, nella base multinazionale di Novo Selo dove sono schierati 750 nostri soldati per evitare l’escalation
di Nicola Pinna, nostro inviato a Novo Selo (Bulgaria)
Al tramonto gli elicotteri americani sparano ancora. Una raffica dietro l’altra, fino alle undici di notte. L’eco delle esplosioni arriva lontano, ben oltre quei cento chilometri che separano la più grande base militare della Bulgaria dalle rive del Mar Nero. La costa è lì e oltre si ripete anche oggi il solito viavai di quei finti pescherecci che nascondono le spie di Mosca, dove incrociano mercantili che trasportano armi e soldati senza uniforme. Odessa è sul versante opposto del litorale. Le esplosioni delle esercitazioni arrivano lontano, fin dove si spingono le orecchie sempre attente del Cremlino. La Nato la chiama deterrenza, ma qui le truppe si preparano a combattere. E non è uno scenario che i generali si sentono di escludere. Quattro anni dopo l’attacco all’Ucraina l’Europa ha ancora paura. Si è blindata sì, ma la minaccia non è solo militare. Le trattative diplomatiche non rassicurano i comandanti, che ogni giorno studiano la reazione allo scenario peggiore. «Abbiamo creato una linea di controllo in tutto il fianco est e in questo l’Italia svolge un ruolo di primo piano, di riferimento – sottolinea il colonnello Matteo Epifani, che non solo è il comandante dei Bersaglieri ma di tutto il contingente internazionale – Oltre alla Bulgaria infatti i nostri militari sono pronti anche in Lettonia, con un assetto un po’più piccolo, in Ungheria ed Estonia. La Nato ha riposizionato tutte le sue unità su questo confine e riesce a svolgere un ruolo credibile che può scoraggiare le minacce. Tra l’altro la presenza può essere ulteriormente rafforzata in tempi brevi».
Il rischio scontro
I carri armati italiani si muovono, scaldano i motori, caricano le armi, si spostano da un poligono all’altro. Da tre settimane sul campo a Novo Selo ci sono i bersaglieri dell’8° Reggimento di Caserta: 750 uomini che si aggiungono ai militari di Albania, Bulgaria, Grecia, Montenegro, Turchia, Macedonia del nord e Romania. La sua artiglieria pesante, con i mezzi più potenti e più moderni, la Difesa italiana l’ha portata qui quasi tutta. Perché da qui si protegge l’Europa intera. «In poche ore siamo in grado di raggiungere tutte le aree di nostra competenza, cioè Bulgaria e Romania – spiega il tenente colonnello Gianfilippo Cambera, comandante del Task Group di Nova Selo – Le nostre unità da combattimento sono in grado di entrare in campo in pochissimo tempo e hanno ampia capacità di autonomia».
Lo schieramento
Nella sala briefing della base, che gli Stati Uniti hanno costruito anni prima che Putin tentasse di allargare i suoi confini, c’è una grande mappa: la trincea dei battle group della Nato. Otto grandi missioni create proprio per sbarrare la strada ai soldati del Cremlino. È una cortina inaccessibile: l’Italia guida l’operazione in Bulgaria, mentre alla Francia è affidato il lavoro in Romania e proprio agli Stati Uniti quello in Polonia. Gli altri sono attivi in Slovacchia, Ungheria, Lituania e Lettonia. È un muro di soldati, carri armati, apparati di contraerea, sistemi di guerra digitale e satellitare. Perché con la minaccia sparsa su più domini anche il raggio della difesa deve moltiplicarsi. Sì, almeno per cinque, perché cielo, mare, terra non bastano più. E bisogna pensare anche alla trincea cyber e quella dello Spazio.
Le influenze russe
È tempo di guerra ibrida e cognitiva, in questa fetta di Europa che si appresta alla sfida elettorale. L’ex capo dello stato, il filorusso Rumen Radev, è pronto a scendere in campo con un nuovo partito e dopo le dimissioni tenta la corsa per diventare capo del governo. Il precedente, Rosen Željazkov, era stato costretto pure lui a rassegnare le dimissioni: corruzione, scandali e proteste hanno aperto la strada a incarichi temporanei e nuove elezioni. Da qui al 19 aprile la macchina della propaganda di Putin scalda i motori. Partendo da un dato consolidato: il 15% dei sei milioni di bulgari strizza l’occhio allo zar senza opposizione. Per la Nato è un’altra sfida esistenziale: per gli investimenti, per il sostegno alla sua presenza su questo confine e per l’ipotesi di rafforzamento della forza da schierare. «Mettiamo in conto l’inizio di una forte campagna mediatica di supporto alle politiche russe ma al momento la Bulgaria mantiene la sua posizione – sottolinea il capitano Giorgio Pappalardo, che è il responsabile dell’addestramento e si occupa anche di dare un’occhiata al quadro geopolitico nel quale i soldati devono operare – Al momento comunque il Paese ha investito 490 milioni nella difesa, scegliendo di adeguarsi agli standard dell’Alleanza atlantica». Ma qui tutto è un sorvegliato speciale: il confine così come il prossimo governo. Perché questa è una delle porte dell’Europa.
Fonte: Il Messaggero





