L’illusione del neutralismo. Perché in Italia è impossibile parlare di difesa

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di Andrea Romano

Le parole dell’ammiraglio Cavo Dragone hanno scatenato uno psicodramma a destra e sinistra. Forse c’entra il ricordo della catastrofe mussoliniana e la conseguente speranza, fra due contendenti, di passare inosservati. Eppure bisognerebbe discutere con pacatezza del mondo che verrà

Perché in Italia è così difficile parlare di difesa e sicurezza? Lo psicodramma che si è scatenato a destra e a sinistra sulle parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone – parole molto equilibrate, peraltro, e ancorate a una fotografia realistica della realtà – conferma che al di fuori di ambienti specialistici il dibattito pubblico sembra incapace di affrontare con razionalità temi tanto fondamentali per il presente e il futuro di tutti. Eppure quelli della difesa e della sicurezza sono classici “beni comuni”, un genere che normalmente è molto popolare in Italia, trattandosi della tutela del tetto di casa dalle insidie di un tempo particolarmente tempestoso.

Anni fa avremmo dato la colpa a comunisti e cattolici, due tradizioni divergenti, ma dentro le quali avevano largo spazio le allergie a discutere in termini non ideologici di difesa nazionale. Oggi che comunisti e cattolici non si occupano più di politica, almeno in forme organizzate e consistenti, è più complicato trovare la responsabilità di tanta inutile fatica. Non bastano a spiegarla né la “guerra ibrida” con cui da anni Mosca prova a condizionare anche le nostre discussioni pubbliche, né le scommesse editoriali con cui alcuni giornali provano ad alzare le vendite, né la furbizia di questo o quel politico che traduce sempre in italiano la linea che viene dal Cremlino.

C’è evidentemente qualcosa di più profondo. Elementi della nostra storia collettiva che hanno percorso strade poco visibili, o di cui siamo poco consapevoli, dentro la nostra coscienza di nazione per poi riemergere solo parzialmente modificati alla prova della crisi internazionale della quale l’Italia è parte ormai da alcuni anni.

Penso ad esempio al ricordo che il nostro paese conserva quasi “sotto pelle” per le fanfaronate mussoliniane, quella retorica guerriera del fascismo che nascondeva una realtà di clamorosa impreparazione economica e militare e che si tradusse poi nella catastrofe nazionale del 1940-1945. È un ricordo che con il tempo ha perso qualsiasi connotazione politica, ma che evidentemente rende più complicato far arrivare agli italiani il senso dell’urgenza con cui dovremmo discutere di difesa e quindi di armi e preparazione degli specialisti. Così come continua a pesare l’eco di un particolare velleitarismo italiano che tanto spazio ha avuto nella nostra storia novecentesca: l’idea che il nostro paese potesse essere neutrale rispetto ai grandi conflitti sovranazionali e globali nei quali si trovava inevitabilmente ad essere immersa.

Fu lo stesso neutralismo che nel secondo dopoguerra si diffuse in parti della Democrazia cristiana, diffidenti verso la forza laica del capitalismo statunitense, e che fu fermato solo dal coraggio e dalla determinazione con cui Alcide De Gasperi perseguì la strada dell’integrazione euroatlantica anche nel campo della sicurezza. Naturalmente quel neutralismo fu ancora più forte dalle parti del Pci, e lo rimase ben oltre la rottura del legame con l’Urss, identificandosi poi con l’idea che l’Europa potesse emanciparsi dall’alleanza di difesa con gli Usa e seguire una sua strada “di pace”.

In modo assai meno nobile di come veniva tematizzato nella Dc o nel Pci, quel neutralismo si è imparentato poi con l’idea che in fondo l’Italia se la potesse cavare sempre tra due blocchi o tra due contendenti che litigavano: sarebbe bastato non alzare troppo la voce, non farsi notare, mettersi di sbieco dietro qualche colonna e forse non si sarebbero accorti di noi.

Sono solo alcuni degli indizi che potrebbero essere seguiti per spiegare lo strano caso di un grande paese europeo che non riesce a discutere con pacatezza e sangue freddo del tema che più di ogni altro sta definendo il mondo che verrà (e che verrà domani mattina, non tra molti decenni). Una difficoltà che lascia un enorme spazio a disposizione dei vari arruffapopolo che, sapendo perfettamente di mentire, raccontano agli italiani la favola secondo cui investire in sicurezza non è una necessità a tutela di tutti e imposta dal tempo in cui viviamo ma la scelta irresponsabile di qualche perfido stregone europeo.

Fonte: Huffington Post

Foto: ANSA

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