L’ultimo saluto al generale Angioni

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di Antonio Bettelli

Nella Parrocchia di San Mattia nel quartiere Talenti della Capitale, sono stati celebrati oggi i funerali in forma solenne del generale Franco Angioni, scomparso il 28 ottobre scorso all’età di 92 anni. Un reparto in armi della Brigata Folgore ha reso gli onori militari e il feretro è stato vegliato durante la cerimonia funebre da una scorta d’onore di sei paracadutisti.

Alla presenza del Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di corpo d’armata Salvatore Cuoci, in rappresentanza del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di corpo d’armata Carmine Masiello, impegnato in un’attività all’estero, e, in particolare dei familiari, la moglie Fiorella, le figlie Olivia e Carola e i carissimi cinque nipoti, don Pino Conforti ha officiato il rito religioso spendendo parole di misericordia e di speranza per le sorti del cammino terreno che approda, attraverso la dissoluzione del corpo, alla redenzione finale e al perdono. Il sacerdote celebrante nel ricordare la figura del generale Angioni e il suo servizio per la collettività ha richiamato le parole del Vangelo di Giovanni e ha sottolineato che non esiste amore più grande che dare la vita per i propri amici. Ha poi paragonato il generale a un astro splendente, poiché quando una vita si spegne sulla terra, una stella si accende in cielo.

Alle parole del celebrante si sono unite quelle del generale Cuoci che ha ricordato come il generale Angioni sia stato un ispiratore dei giovani arruolatisi negli anni ‘80, giovani che in lui vedevano un eroe da emulare. Toccanti le parole anche del generale Rolando Mosca Moschini che nel dominare l’emozione ha ricordato la fermezza morale del generale Angioni, in una sola e breve definizione: la schiena dritta.

Ricordare la figura del generale Franco Angioni è compito che appartiene all’antologia della storia nazionale, e con essa a quella delle Forze Armate Italiane e dell’Esercito. Numerosissimi sono stati gli incarichi di prestigio ricoperti dal generale, non solo quelli che hanno costellato la sua carriera di paracadutista incursore – fu comandante del Battaglione Sabotatori Paracadutisti, precursore del “Col Moschin” – ma anche le molte e rilevanti posizioni di alta responsabilità  in seno agli organi direttivi della Difesa, tra cui quello apicale di Segretario Generale/Direttore Nazionale degli Armamenti, cioè di responsabile della politica di acquisizione e di sviluppo dei materiali e degli equipaggiamenti destinati alle Forze Armate. Vale la pena di ricordare il suo ruolo di capo ufficio operazioni dello Stato Maggiore Esercito agli inizi degli anni ‘80, incarico che fu viatico per consentirgli di assumere il comando del contingente italiano in Libano dopo il tragico eccidio nel campo palestinese di Sabra e Chatila, tra il 16 e il 18 settembre del 1982, alla periferia meridionale della capitale Beirut. Le Forze Armate Italiane si erano in precedenza già affacciate alla Terra dei cedri con una missione durata poche settimane e posta al comando del tenente colonnello Giuseppe Tosetti. Il compito di quel primo contingente nazionale in terra di Levante fu di facilitare la fuoriuscita dei miliziani palestinesi dal Libano. Con l’operazione Pace in Galilea le Israeli Defense Forces avevano infatti occupato parte del territorio libanese giungendo alla periferia meridionale della capitale e provocando la capitolazione delle milizie che facevano capo all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. La strage di civili a Sabra e Chatila per mano dei falangisti cristiani, compiuta con efferatezza estrema anche allo scopo di vendicare l’assassinio del neoeletto presidente Bachir Gemayel, fu a base della decisione della comunità internazionale di lanciare una seconda missione nella capitale libanese. Lo scopo di questo ulteriore impegno fu di facilitare un pacifico ritorno del Paese alla normalità dopo i primi sette anni di guerra civile. Beirut era allo stremo e gli effetti dei combattimenti avevano tragicamente ferito il cuore cittadino a cavaliere della linea verde, quest’ultima di separazione tra le milizie palestinesi e le formazioni cristiane.

Sappiamo che la missione – per noi denominata ITALCON 2 – non raggiunse il suo compimento, seppur gravoso risultò il sacrifico della comunità internazionale. Il Libano fu costretto ad altri sette anni di guerra fratricida. Il momento di svolta che suffragò nel 1984 il ritiro dei contingenti francese, italiano e statunitense da Beirut (vi era anche una non numerosa compagine britannica) fu scandito dai tragici attentati ai danni delle unità francesi e americane che subirono centinaia di perdite nelle sedi dei rispettivi acquartieramenti. Gli italiani, chiamati a presidiare la porzione della città che racchiudeva i campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila e di Bourj el Barajne, quindi uno dei luoghi più nevralgici del tessuto sociale cittadino, subirono la sola seppur grave perdita del marò Filippo Montesi. Pur nell’insuccesso generale della missione internazionale, il ruolo del contingente al comando del generale Angioni fu di portata epocale, soprattutto in chiave di benevolenza per la nostra Nazione, riconosciuta da tutte le parti come foriera di stabilità e di speranza per la gente del Libano.

Il generale Franco Angioni fu eroe di quella missione, quasi mitologico nell’evocare la figura di Giasone che alla guida dei suoi argonauti solcò mari e terre alla ricerca del vello d’oro. Angioni fu vero artefice di un successo che marcò il riscatto delle Forze Armate italiane agli occhi delle opinioni pubblica e politica mondiali. Accorto, premuroso, persino paterno con i giovani coscritti, assertivo ed esigente nei confronti dei quadri direttivi ed intermedi, il generale provvide da autentico condottiero a tutelare la missione e con essa gli uomini e le donne che ne facevano parte. Fu rigoroso nell’imporre la realizzazione dei lavori di rafforzamento per la protezione del campo italiano e degli apprestamenti dedicati all’osservazione e alla vigilanza, e quel rigore fu con estrema probabilità elemento decisivo nel dissuadere la volontà ostile di chi voleva colpire con attentati terroristici la comunità militare internazionale in Libano; fu determinato nell’intenzione di acquisire ogni possibilità di ristoro per i suoi soldati. Riguardo a quest’ultimo importante aspetto dell’arte del comando, cioè la cura del personale, pretese con forza, a dispetto di una certa burocrazia italica, l’invio in Libano di un grande tendone da circo per ospitare eventi ricreativi a favore dei suoi uomini. Fu frequentemente accanto, di giorno e di notte, ai giovanissimi coscritti impegnati nei servizi di vigilanza e di pattugliamento, presenziando alle loro attività nei momenti anche più inattesi; fu premuroso con la gente del Libano nell’assicurare loro l’assistenza sanitaria attraverso l’ospedale da campo, che fu lasciato all’uso della comunità locale dopo il ritiro del contingente; fu pedagogico, rassicurante, intimamente vicino ai palestinesi nei campi presidiati dal contingente, mostrando loro l’umanità che è retaggio della cultura italiana, pur mai negando l’assertività del compito che gli era stato affidato. Non fece ricorso dunque a superflue ostentazioni di ruolo, e mai assunse inutili imposizioni a carico di chi era già dolorosamente afflitto dagli esiti infelici dei rispettivi percorsi personali e familiari. Fu Comandante e Capo, ma fu anche padre e fratello maggiore. Fu stimato, amato, ricordato, anche inviso a chi, sospinto dal desiderio di ottenere facili e scontati riconoscimenti, ebbe la sventura di imbattersi nel suo rigore morale.

Ho avuto il privilegio di conoscere il generale Angioni quando l’età lo aveva costretto a lasciare il servizio attivo, dopo la sua esperienza al Parlamento Italiano dove ricoprì per cinque anni l’incarico di Segretario della Commissione Difesa alla Camera dei Deputati. Era ammansito dall’età, seppur fiero come negli anni di maggior vigore. Mi meravigliai quando i suoi occhi azzurri e il suo sorriso furono riconosciuti da Giorgio, bambino palestinese diventato adulto (i piccoli palestinesi venivano “ribattezzati” dai soldati italiani con appellativi conformi al nostro idioma per sfuggire alla non facile pronuncia dei nomi arabi), mentre con il generale camminavamo lungo il percorso della sua memoria tra i vicoli polverosi e le fogne a cielo aperto del campo di Bourj el Barajne. Giorgio corse a casa, chiedendoci di aspettarlo, e una volta tornato mostrò con affanno felice al generale una fotografia che ritraeva il comandante italiano trent’anni prima ospite della povera casa della famiglia di Giorgio. Fu emozione autentica, e gli occhi del generale, ancora accesi e vigili, s’inumidirono per il gesto del piccolo Giorgio divenuto grande. Non ultimo, il generale Angioni fu un eccezionale comunicatore, precursore della relazione efficace con gli organi di stampa. Per la realizzazione di quella capacità in seno alle Forze Armate, serviranno in seguito numerosi corsi di formazione, in parte strutturati su quel modello. Per lui parlare con i giornalisti o con i politici era naturale istinto, né più né meno come sarebbe accaduto se avesse dovuto reagire alla pressione psicologica del fuoco nemico. Gestiva da orgoglioso Comandante dei suoi uomini il dialogo, che mai era precluso al confronto. Suadente con la parola e con il sorriso, allentava la tensione e spalancava l’animo del suo interlocutore all’ascolto e all’apprendimento. Insomma, un grande visionario anticipatore dei tempi moderni.

Quando giunge il momento del distacco terreno, non molto rimane, se non la memoria impressa nell’animo e nella mente di chi, caro al defunto, sopravviva per naturale o innaturale destino. Vi sono tuttavia donne e uomini che lasciano a favore di chi resti un ricordo più profondo, quasi indelebile. Le azioni di cui essi si sono resi protagonisti e interpreti restano infatti impresse nei racconti della storia, divenendo nobile eredità per la coscienza sociale e collettiva. Il generale Franco Angioni è e sarà uno di questi!

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