Israele, Abagnara: “Senza la nostra presenza imparziale si rischierebbe una nuova escalation”

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Il generale italiano che guida la missione Onu: «Il confine tra Israele e Libano è ancora vulnerabile»

di Francesco Semprini

Israele viola la risoluzione Onu, ma Unifil resta imparziale e continua a operare nel rispetto del proprio mandato. Questo, in sintesi, il messaggio del generale Diodato Abagnara, da giugno Capo missione e Comandante della Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil). Nessuna intimidazione e nessun passo indietro, quindi, secondo il generale all’indomani degli attacchi dello Stato ebraico compiuti a ridosso della Linea Blu che dal 2000 definisce il confine tra Libano e Stato ebraico denunciati dalla Francia. Parigi ha condannato ieri «il fuoco israeliano contro un distaccamento dell’Unifil» in Libano, avvenuto il 26 ottobre. «Questi incidenti seguono quelli osservati l’1, 2 e 11 ottobre, quando l’esercito israeliano aveva già preso di mira posizioni Unifil», dice una nota del ministero degli Esteri francese. A cui Israele replica con l’accusa che le forze Onu avrebbero abbattuto, nella zona di Kfar Kila, un drone delle Idf in volo per la raccolta di informazioni.

Generale, Israele ha violato le disposizioni contenute nella risoluzione delle Nazioni Unite che regolano il mandato della Missione Unifil, cosa succede ora?

«Nonostante le azioni che costituiscono una violazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza (CdS), Unifil continua a operare con pieno impegno e imparzialità nel rispetto del proprio mandato, mantenendo la propria presenza sul terreno a sostegno della stabilità nel Sud del Libano».

Quale potrebbe essere il rischio maggiore se Unifil dovesse venire meno?

«Il rischio è una nuova escalation. La percezione di sicurezza è fondamentale: se una delle parti non si sente garantita, cresce la possibilità di scontri. Senza un meccanismo di osservazione imparziale, come quello offerto da Unifil, la regione resterebbe vulnerabile».

Dopo gli sviluppi legati al nuovo accordo di pace tra Israele e Gaza, ci saranno effetti anche sul fronte libanese?

«Sicuramente. Ogni passo verso la stabilità nel sud di Israele e nella Striscia di Gaza ha riflessi positivi anche sul Libano meridionale. La sicurezza nella regione mediorientale è strettamente interconnessa».

Il sud del Libano rimane tuttavia devastato, economicamente e socialmente. Quanto pesa questo fattore?

«Moltissimo. Molti villaggi sono distrutti. La ricostruzione sociale è essenziale quanto quella militare: la stabilità nasce anche dal lavoro, dall’agricoltura, dalla possibilità per la gente di tornare nelle proprie case. Serve un sostegno economico internazionale, perché il Libano, dopo anni di crisi e guerre, non può farcela da solo».

La risoluzione del 27 agosto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, pur rinnovando la missione, introduce una scadenza. Come la valuta?

«Dal punto di vista tecnico, posso dire che la situazione di partenza era complessa. Diverse posizioni, anche all’interno del CdS, non erano favorevoli al rinnovo del mandato. Si riteneva che l’impiego di Unifil avesse un’utilità marginale sul terreno. In realtà, la risoluzione 1701 affida alla missione compiti molto precisi che sono quelli di una forza ad interim e di interposizione. Ovvero monitorare

le violazioni da entrambe le parti, riferirle all’Onu, e al tempo stesso sostenere le Forze Armate Libanesi e la popolazione civile. È l’interesse politico internazionale a spingere le parti a garantire il rispetto delle regole».

Il mandato è stato rinnovato per 15 mesi. È il segnale di un prossimo ritiro?

«Direi un passaggio di consegne. È una fase di transizione. Il Segretario generale, entro giugno 2027, dovrà presentare una proposta per dare seguito all’attuazione della 1701, questa potrebbe includere una nuova forza o una diversa struttura di osservatori. La nuova formula individuata al Palazzo di Vetro dipenderà soprattutto dalla capacità di rafforzamento dell’esercito libanese e dal supporto internazionale. Il primo banco di prova è il piano di disarmo (di Hezbollah, ndr) che dovrà essere attuato in questa prima fase».

In che modo l’Italia contribuisce concretamente a questo sforzo?

«Il nostro contingente, il secondo più ampio della missione con oltre mille militari, ha una responsabilità importante nel settore Ovest. L’Italia fornisce addestramento alle forze libanesi, e coordina attività congiunte di pattugliamento e supporto tecnico. Inoltre, abbiamo il controllo della 1-32 A, la base dove si tengono le riunioni del cosiddetto “meccanismo a cinque”, quello creato a novembre alla fine della guerra e che coinvolge forze israeliane, libanesi, Unifil e rappresentanti statunitensi e francesi. Il compito è prevenire incidenti e gestire eventuali crisi».

Il meccanismo a cinque non rischia di sovrapporsi al lavoro di Unifil?

«No, al contrario, è complementare. Unifil, attraverso il suo ruolo di osservatore e facilitatore, contribuisce alla stabilità e alla de-escalation anche attraverso il meccanismo a cinque».

In prospettiva, se la missione dovesse ridursi, cosa sarebbe indispensabile preservare?

«Due cose: la capacità di monitoraggio e quella di autodifesa della missione stessa. Una riduzione numerica è possibile, ma non può compromettere questi pilastri. E soprattutto deve essere contestuale a un rafforzamento delle Forze armate libanesi».

Unifil può essere una leva per rilanciare il ruolo dell’Europa in Medio Oriente?

«Direi di sì. L’Europa ha un peso specifico notevole in questo Paese: Italia, Spagna, Francia, Irlanda e Germania forniscono contingenti di alto livello. La leadership italiana, in particolare, è riconosciuta sia sul piano militare sia su quello umano, il nostro approccio combina rigore operativo e vicinanza alla popolazione, creando fiducia e credibilità».

Fonte: La Stampa

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