di Antonio Bettelli
La dimensione del ricordo delle persone scomparse rimane in noi, ed è un piccolo patrimonio di cui servirsi per affrontare il cammino, per trovare la giusta misura del vivere, per confrontarsi con gli altri ma soprattutto con noi stessi.
Il generale Franco Angioni, indimenticabile figura narrante di un tratto di storia fondamentale dell’Esercito Italiano, è scomparso oggi, 28 ottobre 2025, all’età di novantadue anni, in Roma. Nato a Civitavecchia il 25 agosto 1933, figlio di un sottufficiale dell’Esercito originario della Sardegna, Franco Angioni dichiara sin da giovanissimo il suo intento di intraprendere la carriera militare. Da adolescente è allievo infatti della Scuola Militare della Nunziatella da cui si avvia alla frequenza dell’Accademia Militare di Modena e ai corsi presso la Scuola di Applicazione d’Arma. Al termine dell’iter formativo, è ufficiale assegnato alla specialità dei Paracadutisti. Sin da giovane palesa la sua resilienza fisica, oltre che morale, conseguendo il brevetto di Ranger nel 1962 presso la U.S. Army Ranger School statunitense, viatico per importanti e successivi incarichi operativi nelle fila delle unità paracadutisti. Fra le numerose tappe della sua carriera militare, il comando con il grado di tenente colonnello, nel 1971 – 1972, del Battaglione Sabotatori Paracadutisti, poi divenuto Battaglione d’Assalto Paracadutista “Col Moschin”. Da quel momento, l’excursus professionale nelle unità paracadutisti della Brigata “Folgore” lo vede impegnato nei più prestigiosi incarichi operativi e di comando.
L’acme del suo percorso sotto il profilo anche internazionale avviene nel ruolo di comandante della missione italiana in Libano dopo i tragici accadimenti di Sabra e Chatila a Beirut, nel 1982. È una missione d’importanza epocale per l’Esercito Italiano e per l’intero Paese: il primo vero impiego operativo interforze della Difesa Italiana dal termine del secondo conflitto bellico e l’occasione per l’Esercito di abbandonare la condizione di staticità protrattasi per quasi quattro decenni. Va ricordato che era ancora il periodo della coscrizione obbligatoria e i militari di leva italiani, con la guida del generale Angioni, si dimostrarono all’altezza di un compito complesso e non esente da rischi. L’Italia ebbe un solo caduto, il marò Filippo Montesi, il cui mezzo venne attinto da un razzo lanciato a danno del personale militare italiano. Il bilancio di vittime tra le fila degli altri due contingenti stranieri impegnati nella stessa missione, statunitense e francese, fu invece drammaticamente cruento per centinaia di soldati; lo fu anche, in fine, per le sorti della missione internazionale che fu costretta a lasciare il Libano.
Il merito della pressoché totale incolumità del contingente italiano, a fronte del fatto che i soldati italiani pattugliassero alcune delle aree più nevralgiche della dimensione palestinese nella capitale libanese, è da ascrivere in gran parte alla leadership attenta, visionaria e competente del generale Angioni.
L’Italia glielo riconobbe quel merito, doverosamente, ma il generale fu soprattutto un’icona della moderna comunicazione: il suo tratto elegante, l’eloquio impeccabile, l’assertività delle sue opinioni affascinarono gli italiani che in quella figura di militare bello e austero riconobbero il riscatto di una nazione che dedicava le sue migliori risorse in un frangente internazionale delicato. La celebre giornalista Oriana Fallaci fu partecipe di quell’epopea e trascorse molto tempo con i soldati del contingente italiano. Da quell’esperienza, la giornalista e scrittrice fiorentina ricavò una delle sue opere più celebri, Insciallah, tra le cui righe vi si trova ricorrente la figura del comandante Angioni, descritto nel personaggio narrativo del Condor.
Dopo quella missione, la carriera del generale Angioni ha una rapidissima ascesa a incarichi via via di maggior rilievo fino a raggiungere l’incarico di Segretario Generale/Direttore Nazionale degli Armamenti dal luglio 1994 al settembre 1996, incarico che corona la sua brillantissima carriera militare.
Non più in servizio attivo, il generale Franco Angioni riceve nel 1997 l’incarico di Commissario Straordinario del Governo per le iniziative italiane di supporto in Albania, e successivamente, animato dal desiderio di continuare a servire la Nazione, è eletto alla Camera dei Deputati nel 2001 come indipendente in quota Democratici di Sinistra, e in tale veste riveste il ruolo di segretario della Commissione Difesa della Camera per cinque anni fino al 2006.
Per ricordare il generale Angioni, con cui ho trascorso alcuni fondamentali momenti nella terra che lui amava tanto quanto quella italiana, cioè il Libano – il generale fu ospite alla celebrazione del 4 novembre 2009 a Beirut, ritornò nella capitale libanese per un servizio della RAI in occasione del trentesimo anniversario della missione italiana e fu ospite della Brigata Friuli a Shama nel 2013 nel sud del Paese dei Cedri – vorrei qui riportare un passaggio del mio libro Leonte – La Passione di Giovanni: “Il generale, nel nostro breve viaggio nella extraterritorialità palestinese del campo, mi recitò i suoi principi di uomo-soldato, duro con gl’incapaci e accorto, premuroso, persino paterno con i giovani coscritti […] mi insegnò che non esiste alcun bombardamento preventivo, e che la guerra va combattuta con il rischio di perderla e di morirvi piuttosto che procurare ad altri una morte ingiusta. Il fuoco, secondo la sua dottrina, deve colpire il nemico, non chi è vittima innocente del nemico. Non esistono bombardamenti intelligenti, ma solo bombardamenti coraggiosi”.
Il generale Franco Angioni è stato uomo di carisma e di successo, è stato un grande Comandante di unità militari, è stato, ed è tutt’ora nei suoi vividi insegnamenti, un maestro di deontologia militare e di vita.






Un grande Generale. Ho avuto l”onore di partecipare ad un pranzo con lui a Roma alla Pio IX con il collega Amm. (Pil) Luigi Laricchia. Un personaggio indimenticabile. Addio Comandante!