9° raduno del 37° battaglione meccanizzato “Ravenna”

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di Carmelo Abisso

“Gentili signore, cari amici, a nome del Comitato organizzatore, ho il piacere di darvi il benvenuto al 9° raduno del 37° battaglione meccanizzato “Ravenna”, che riunisce ogni due anni i militari che hanno avuto l’onore di servire in armi l’Italia nel battaglione. Oggi è la festa della Madonna del Rosario ed è l’anniversario della battaglia di Lepanto, quando la flotta della Lega Santa (Spagna, Repubblica di Venezia e Stato Pontificio) sconfisse quella dell’Impero Ottomano”. Così chi scrive ha introdotto la serata del 7 ottobre nella sala The Winter Garden del Savoia Hotel Regency di Bologna. Centotrenta i partecipanti tra cui quattro comandanti del 37° battaglione meccanizzato “Ravenna”, i nostri maestri, i generali Corrado Politi, Erasmo Lorenzetti, Girolamo Giglio e Luigi Chiavarelli, ufficiali, sottufficiali, ex militari di leva e diverse signore.

L’evento è iniziato con l’inno nazionale e il saluto del generale di corpo d’armata Antonio Vittiglio, decano dell’Arma di fanteria dell’Esercito e ufficiale più elevato in grado. “Sono veramente commosso, è uno spettacolo vedervi. Sono l’unico ancora in servizio, cesserò tra qualche mese. Il primo doveroso pensiero è per quelli che sono “andati avanti”. Appassionato di film western, qualche sera fa ho visto l’ennesima replica de Il massacro di Fort Apache. Nella scena finale John Wayne, che diventa comandante di questo reggimento, al giornalista che gli dice che sono tutti morti risponde: “No, guarda fuori dalla finestra, sono sempre qui con noi, ogni mattina cavalcano insieme a noi, sono con noi all’alzabandiera”. Anche io penso che nessuno è andato via, sono tutti qui con noi e rivolgiamo un pensiero a tutti loro, perché quelli che erano del 37° rimangono in questa grande famiglia. Secondo pensiero, propongo un applauso per gli organizzatori. Chiudo e vi chiedo un altro applauso per coloro che hanno custodito la nostra bandiera, che ho avuto l’onore di rivedere qualche giorno fa durante una cerimonia nella sala dell’Altare della Patria. E’ lì che ci protegge e chi la custodiva è qui presente. Un grande applauso ai generali Politi, Lorenzetti, Giglio e Chiavarelli. Auguro a tutti una bellissima serata”.

La novità del 9° raduno è stata la ricorrenza di due anniversari: il 40° della missione in Libano di un plotone del battaglione e i 40 anni dal servizio di leva del 1° scaglione 1983.

La 2^ compagnia fucilieri del 66° battaglione meccanizzato “Valtellina” di Forlì – ancora oggi denominata Beirut – comandata dal capitano Francesco Lojodice, prese parte con il contingente italiano, su base 67° battaglione “Montelungo”, alla missione di pace “Libano 2” da giugno a ottobre 1983. La compagnia era costituita da 4 plotoni, due del 66° comandati dai tenenti Roberto Toro e Enrico Covino, uno del 37° comandato dal tenente Calogero Jacolino e un plotone comando, comandato dal maresciallo Antonio Tello del 40°. La storia del nostro plotone è stata raccontata nel quaderno “Il 37° Ravenna e la missione di pace in Libano” – Immagini e ricordi a 40 anni dalla prima operazione all’estero dell’Esercito Italiano, curato da Emanuele Grieco, ringraziato ancora una volta per il suo impegno e la sua passione nel raccogliere notizie, fotografie e testimonianze del nostro battaglione. Il maresciallo Raffaele Di Mita, già sergente comandante di squadra del plotone, veterano della missione in Libano, che ha collaborato alla stesura, ha presentato l’elaborato.

“Partimmo per il Libano il 17 giugno e siamo rientrati il 23 ottobre 1983. Una missione Onu, la prima volta che l’Esercito italiano veniva impegnato dalla seconda guerra mondiale. Una missione di peacekeeping nell’ambito di una Forza multinazionale con Italia, Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Il quaderno racconta la storia di un plotone di soldati di leva, comandati dal tenente Calogero Iacolino con quattro comandanti di squadra, i sergenti Rocco Santoro, Osvaldo Brunetti, Giorgio Puglisi ed io. Con la formazione e un forte spirito di corpo, abbiamo raggiunto un livello di addestramento e di conoscenza del territorio adeguato. Abbiamo imparato a conoscere le armi e le munizioni che venivano usate dalle varie fazioni, sciiti, sunniti, drusi. Chi ha partecipato a queste missioni, non sempre può raccontare il peggio, le bombe, i morti. La cosa che ci ha unito più di tutte è la fratellanza, che va oltre all’amicizia. Tutto questo potrete trovare nel quaderno, grazie”.

Tiberio Artioli, caporale, frustrato perché aspettavo di passar di grado, arrivai quarantaquattro anni fa alla Caserma Perotti, quarantaquattro anni fa! E come mi ha appena detto il mio comandante di plotone Daniele, ho visto un bel mondo. In realtà devo dire, col senno di poi, è stata una esperienza che, vissuta all’epoca con un po’ di frustrazione, comunque mi è rimasta”. Così l’ex militare del 37° arruolato nel 1979 ha presentato la sua esperienza tradotta nel libro Zapping, sottotitolato racconti di Naja. “Una volta finito il servizio militare – ha proseguito Artioli – ho ripreso le mie mansioni, è iniziata la mia carriera professionale. Poi a un certo punto, la casualità della vita, Rai Radio 1 indice un concorso, chiese un raccontino di venti righe. Mi piace l’idea di partecipare. Parlo di quando sono partito in treno per svolgere il servizio militare e da lì mi sono tornati alla mente tanti episodi. Un giorno mio figlio, prima di andare a dormire, mi chiede di leggergli una storia, un rituale con il quale l’avevo abituato. Gli racconto un episodio della vita militare e parlo di quello che è stato il mio compare, stesso scaglione, il fante Marchetti. Mio figlio si addormenta. La sera dopo, sono pronto a raccontare una favoletta qualsiasi, mio figlio mi dice “Papà, un’avventura del fante Marchetti”. Così nel giro di poco tempo ho ripercorso tutta la mia vita militare, adattandola all’orecchio di un bambino, ma cercando di essere ironico, divertente, omettendo quelle cose che un giorno ho deciso di scrivere. E così ho iniziato. Poi due anni fa vengo al raduno, rivedo il mio comandante di compagnia, Valerio Baldoni, che appena vedeva un uomo gli faceva i raggi x e sapeva già cosa fargli fare fino alla fine del servizio militare. Gli mando una storia e mi dice perché non ne scrivi altre. Da qui ho cominciato a scrivere e le ho arricchite, ho alternato i racconti di vita militare con altri racconti romanzati che danno un quadro del Novecento, la pandemia della Spagnola, la prima e seconda guerra mondiale, la Resistenza. Alla fine è venuto fuori questo pamphlet che ho chiamato zapping per due ragioni: perché ricordava la trasmissione che mi ha ispirato e perché alterna la vita militare con un altro racconto, come facciamo col telecomando. Tutto alla fine si ricongiunge in questa lettura, che vede il nostro impegno del militare nei confronti della società legato a chi, prima di noi, ci ha preceduto in questo impegno con esiti e situazioni diverse, diventa una sorta di omaggio”.

Nell’intervallo tra il primo e secondo piatto della cena servita dal ristorante Garganelli sono stati ricordati i 40 anni del servizio di leva del 1° scaglione 1983. A tutti gli ex militari presenti è stata donata una medaglia ricordo realizzata a cura e con il sostegno di Andrea Pizzoli, membro del Comitato organizzatore e consegnata dai comandanti di compagnia pro-tempore. Sono poi intervenuti due rappresentanti dello scaglione.

“Io non volevo fare il militare – ha detto Michele Ramous Fabj, già caporal maggiore comandante di squadra tiro della 4^ compagnia mortai pesanti “Grifi” – Complici i miei genitori ho rimandato di anno in anno ritardando così anche la laurea. Sono partito. Il giorno dopo il mio 27° compleanno. La Perotti a Bologna la destinazione finale, una fortuna per me bolognese. In quell’anno ho imparato molto. Ho imparato la solidarietà fra persone che non si conoscono, ho imparato ad ubbidire. Ho imparato ad aiutare gli altri e ho imparato che insieme si può fare di più che da soli. Sono tanti gli aneddoti e i momenti piacevoli che mi è capitato di raccontare ad amici e anche a nostra figlia. Io non volevo fare il militare. Ecco perché più di una volta mi è capitato di dire che lo dovrebbero fare tutti, uomini e donne. Non per un anno, non lontani da casa, ma alcuni mesi farebbero, probabilmente, bene a molti”.

“Abbiamo raccontato e condiviso tanti aneddoti – ha detto Massimo Carpeggiani, gìà caporal maggiore armiere della 2^ compagnia fucilieri “Cobra” – Una cosa molto importante per me è stata quella di mio figlio, che raggiunto il diciottesimo anno di età, l’anno quando più o meno si pensava al militare, dopo tanti racconti mi dice: “Papà, tu sei stato fortunato, perché tu hai vissuto qualcosa, hai condiviso qualcosa di importante che io non potrò vedere”. Secondo me la cosa importante è stata proprio la condivisione, condivisione di valori che abbiamo avuto e ci ha permesso di essere ancora qui. Il punto principale della nostra esperienza è stato proprio quella, la condivisione di valori importanti che ci ha permesso di essere qui ancora stasera. Farei un ultimo applauso alle signore dei militari di leva, che non sono stati supportati ma sopportati dalle mogli fino ad oggi”.

Il saluto finale dei comandanti di battaglione ha concluso una serata significativa, piena di emozioni, che ha scaldato i cuori e confermato il senso di appartenenza e lo spirito di corpo degli appartenenti al 37° battaglione meccanizzato “Ravenna”. Arrivederci al 10° raduno nel 2025, in occasione del 50° anniversario della ricostituzione del battaglione.

Celerrimo ictu impavida fide

Nella foto: da sinistra, in piedi, Chiavarelli, Giglio, Vittiglio, Politi e Lorenzetti. Accosciati, Grieco, Di Mita, Ramous Fabj e Carpeggiani

 

 

 

 

 

 

 

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