Il rischio di interferenze straniere durante il processo elettorale non può essere sottovalutato. Tutti i partiti si impegnino “ad assicurare che non accetteranno mai e in nessuna circostanza contributi (a vario titolo e varie forme) da parte di attori stranieri”

Pubblichiamo la lettera al quotidiano Il Foglio del deputato Pd e membro del Copasir Enrico Borghi

Al direttore – Caro Cerasa, la campagna elettorale – apertasi in modo repentino e inopinato – lascia il sistema politico italiano sguarnito rispetto ad un sistema di regole di garanzie essenziali per almeno due aspetti cruciali e nevralgici per qualsiasi democrazia liberale. Il primo riguarda il rischio di ingerenze straniere durante il processo elettorale. A meno di possedere l’ingenuità di Alice nel paese delle meraviglie, appare del tutto plastica ed evidente la posta in gioco delle prossime elezioni politiche in termini di posizionamento geopolitico dell’Italia, del suo sistema di alleanze, della sua relazione con l’UE e con ciò che sta al nostro Oriente.

Pensare che gli attori (anche statuali) che nel corso di questi anni hanno brillato per attacchi cyber, campagne di disinformazione, diffusione di fake news e manipolazione informativa contro l’Italia rimangano fermi, a braccia conserte, ad assistere allo spettacolo della nostra campagna elettorale è, nella migliore delle ipotesi, una pericolosissima sottovalutazione che non ci possiamo e dobbiamo permettere. Già il Parlamento europeo, nella sua risoluzione del 9 marzo scorso, ha chiarito come esistano prove a conferma del fatto che soggetti statali autoritari – quali Russia e Cina, ma non solo – ricorrono alla manipolazione delle informazioni e ad altre tattiche di ingerenza per interferire nei processi democratici dell’Ue. Sono attacchi che fanno parte di una strategia precisa di “guerra ibrida”, e costituiscono una violazione del diritto internazionale, sono fuorvianti e ingannano i cittadini puntando ad incidere sul loro comportamento di voto.

Ogni volta che si trova uno schema di amplificazione distorta di dibattiti controversi, di polarizzazione enfatica basata spesso su notizie presentate in modo distorto, di promozione all’incitamento dell’odio si trovano le tracce di questo modo di procedere, che aggrava in particolare le condizioni di gruppi sociali vulnerabili che hanno maggiori probabilità di diventare vittima della disinformazione. Le tattiche di ingerenza straniera assumono molte forme, fra cui disinformazione, soppressione delle informazioni, manipolazione delle piattaforme dei social media e dei loro algoritmi, dei termini di utilizzo e dei sistemi pubblicitari, attacchi informatici, operazioni di profilazione personale, false identità, sfruttamento manipolatorio di contesti e narrazioni, strumentalizzazione di fenomeni sociali.

Per costruire uno scudo a difesa delle libertà fondamentali di espressione e di informazione e dello stesso processo democratico, la Commissione europea ha costruito il “Digital Service Act” che regola le piattaforme social (da Facebook a Youtube, da Tik Tok a Twitter per capirci) a una serie di attività contro la disinformazione e per una regolamentazione trasparente del funzionamento degli algoritmi mediante anche una responsabilizzazione delle piattaforme rispetto ai contenuti pubblicati. Il DSA è stato accolto favorevolmente dal settore dei media europei, e la Federazione europea dei giornalisti ha incoraggiato i legislatori ad aumentare ulteriormente la trasparenza dei sistemi di raccomandazione delle piattaforme tramite il DSA. E qui arriva il problema per l’Italia. Il DSA sarà varato entro la fine dell’anno, e avrebbe potuto rappresentare la funzione di “scudo stellare” anche per l’Italia qualora si fosse andati alle elezioni politiche in tempi ordinari.

Invece siamo precipitati dentro la corrida, senza regole e senza scudo. E’ urlare alla luna dire che serve un percorso di autoregolamentazione interno attraverso gli strumenti già previsti (AgCom in particolare) per cercare, nel limite del possibile, di introdurre nel nostro dibattito pubblico quegli anticorpi a tutela della libertà di informazione e di comunicazione corretta che ci sarebbero stati garantiti dal DSA in condizioni ordinarie? E’ illusione chiedere a tutti i partiti di impegnarsi pubblicamente a non utilizzare i materiali prodotti dalla “valle dell’eco” della disinformazione straniera? Io non credo. Al contrario, penso siano questi dirimenti per la nostra sicurezza nazionale e la qualità della nostra democrazia futura. Cosi’ come lo è affrontare il secondo aspetto. Scabroso, scomodo e delicato ma essenziale, che concerne il tema del finanziamento della campagna elettorale.

Anche su questo, lo sappiamo, siamo all’anno zero dopo anni di demagogia imperante e di scandali irriguardosi nell’uso di denaro pubblico. Ma è un tema ineludibile. E dunque: i partiti si impegnino tutti, pubblicamente, ad assicurare che non accetteranno mai e in nessuna circostanza contributi (a vario titolo e varie forme) da parte di attori stranieri, e qualora ritengano invece di accettare contributi finanziari o in natura da un attore straniero lo segnalino alle autorità competenti per consentire un monitoraggio a livello dell’Ue, come richiede appunto il Parlamento europeo. La trasparenza relativa alla nazionalità dei donatori fisici e giuridici deve essere assoluta, soprattutto nel campo della pubblicità politica online che non essendo soggetta alle norme applicate alla pubblicità radiotelevisiva, radiofonica e a mezzo stampa non è regolamentata. Stiamo per entrare nella prima campagna elettorale digitale della nostra Repubblica, e quindi il tema di tutelarci dall’invasione di annunci pubblicitari acquistati da attori provenienti dall’esterno dell’Unione europea e di garantire la totale trasparenza dell’acquisto della pubblicità politica on line appare evidente. Grazie per l’ospitalità.

Fonte: Il Foglio, 29 luglio 2022

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