di Fausto Biloslavo

Il 16 marzo i talebani hanno lanciato quattro razzi contro la base Thompson a Farah, capoluogo di provincia nell’Afghanistan occidentale. Assieme alle truppe locali c’era una squadra di consiglieri italiani, che assiste le unità afghane nelle operazioni contro gli insorti. I nostri militari sono rimasti illesi, ma l’attacco è solo un campanello d’allarme. Per otto anni, dal 2005 al 2013, migliala di soldati italiani hanno combattuto per stabilizzare le province di Herat, Badghis, Ghor e Farah. Un’area grande come il Nord Italia sotto il nostro comando dove paracadustisti, alpini, bersaglieri, fanti aeromobili, forze speciali hanno tenuto testa ai talebani a Bala Murghab, Farah, Bala Baluk, Shewan, Bakwa, Gulistan. Località dai nomi esotici riconquistate o minacciate dagli insorti che sono entrati vittoriosi nelle nostre basi con il vessillo bianco e nero dell’Isiam integralista. In Afghanistan sono caduti 54 soldati italiani, centinaia i feriti, abbiamo speso 8 miliardi di euro, ma non è servito a molto. Nell’ex «provincia d’Italia», come veniva chiamata la nostra area di operazioni nell’Afghanistan occidentale, solo tre distretti sono relativamente tranquilli. Quattro sono in mano ai talebani e gli altri contesi duramente alle forze di sicurezza afghane.

Il 17 marzo gli insorti sono arrivati a un chilometro da Bala Murghab, il capoluogo dell’omonima provincia, dove i paracadutisti avevano lasciato su un muro sbrecciato dell’ex cotonificio trasformato in base Columbus l’enorme scritta «Ora e sempre Nembo!». Ironia della sorte, nell’ultima ridotta di Camp Arena a Herat, per anni quartiere generale italiano, sono di turno i fanti della brigata aeromobile Friuli, che presero possesso di Bala Murghab 11 anni fa con tanto di elisbarco. Allora avevamo 4 mila uomini sul campo, adesso solo 800, compresa Kabul. «I militari italiani ogni giorno addestrano, assistono e forniscono consulenza alle Forze di sicurezza afghane, in particolare ai militari del 207° Corpo d’armata e alla Polizia, che con coraggio e professionalità difendono la popolazione e le istituzioni locali» dice a Panorama il generale Salvatore Annigliato. I talebani nella seconda settimana di marzo hanno messo in fuga interi reparti governativi, catturando 150 prigionieri nella provincia di Bala Murghab, alla frontiera con il Turkmenistan. Paracadutisti e alpini hanno combattuto per mettere in sicurezza l’area usando, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, i mortai da 120 millimetri. E molti sono caduti in battaglia, come nel 2011 David Tobini, 28 anni. «Ho sempre pensato che quello di mio figlio e di altri giovani uccisi fosse sangue versato invano» afferma la madre, Anna Rita Lo Mastro. «In Afghanistan la guerra è innata e adesso che i talebani sono alle porte di Baia Murghab vado alla tomba di David e mi chiedo: a cosa è servito il tuo sacrificio?».

L’area più ostica è la provincia di Farah. In dicembre i talebani hanno conquistato il distretto di Shib Koh al confine con l’Iran, strategico per il traffico di droga. Lo stesso capoluogo di provincia era stato occupato e poi abbandonato di fronte alla controffensiva afghana appoggiata dagli americani. Zabihuilah Mujahid, portavoce dei talebani, rilancia via Twitter notizie di imboscate e trappole esplosive in tutta la provincia con foto e video di governativi uccisi, prigionieri e armi catturate. Il distretto di Bala Baluk, che i soldati italiani di base Tobruk avevano tenuto con le unghie e i denti. sarebbe sotto controllo dei talebani. Carlo Aringhieri, di base a Tobruk, veniva chiamato Ringhio. Veterano dei parà, in congedo per le ferite visibili e non riportate in Afghanistan, racconta: «Dopo 10 anni se chiudo gli occhi continuo a vedere i compagni colpiti negli scontri a fuoco e, purtroppo, quelli che non ci sono più. Ora che i nostri avamposti sono caduti nelle mani dei talebani, a chi mi chiede se è servito a qualcosa rispondo che ci abbiamo provato con tutto il cuore e le nostre forze, ci abbiamo creduto, lo lo rifarei».

Un’altra roccaforte dei talebani a Farah è il distretto di Khaki Safed, ma fin dal 2015 gli insorti si sono ripresi il Gulistan, la «valle dei fiori». Il 31 dicembre 2010 Matteo Miotto risponde al fuoco di un assalto talebano all’avamposto Snow (neve) nella valle maledetta. Il giovane caporal maggiore degli alpini si batte in un nugolo di proiettili fino a quando un cecchino non lo colpisce a morte. «Ne è valsa la pena? Potremmo farci la stessa domanda anche per altre missioni come la Somalia. Le operazioni militari che non si concludono con la sconfitta del nemico lasciano spazio all’instabilità. C’è sempre stata la consapevolezza che i talebani godevano di un ascendente notevole sulla popolazione. Uno dei problemi più evidenti per la Nato non era conquistare il territorio, ma mantenerne il controllo» spiega il generale in congedo, Marco Bertolini, ex comandante delle forze speciali, che ha servito in Afghanistan. A fine 2012, il 2° alpini si è ritirato dalla base Lavaredo a Bakwa, dove i commilitoni avevano creato un piccolo spazio con foto e ricordi del caporale maggiore Tiziano Chierotti ucciso da una quinta colonna talebana infiltrata nelle forze di sicurezza afghane. Tre anni dopo gli insorti sono entrati con una colonna di fuoristrada e le bandiere bianche di guerra nella nostra base abbandonata. Sempre a Bakwa, nell’ottobre 2017, gli insorti hanno organizzato addirittura una parata con centinaia di uomini armati ripresi in un video rilanciato sui siti jihadisti. Il mini contingente a Herat non ha più compiti «combat», la Difesa vuole ritirarlo il primo possibile. Cento soldati sono già rientrati a dicembre, altri cento lo faranno all’inizio dell’estate.

Bertolini lancia l’allarme: «Ci eravamo assestati sui 900 uomini, il minimo indispensabile. Adesso il numero è stato ulteriormente limato per questioni politiche. Siamo al limite. Si rischia di dover rinunciare a qualcosa – dal sostegno logistico alla sicurezza – e diventa rischioso». Anche la zona di Herat, che era relativamente tranquilla, risulta sempre più insidiosa. Un’ulteriore cattiva notizia arriva da Ghor, la provincia più remota sotto il comando italiano per anni. Il 5 marzo, annunciavano gli insorti, «300 case (famiglie) nel distretto di Saghaz sotto l’influenza del comandante Abdui Ahad hanno dichiarato il loro appoggio all’Emirato islamico». «Se anche gli americani trattano con i talebani significa che è mancata la volontà di sconfiggerli con una guerra senza quartiere» osserva Bertolini. «Oppure sono consapevoli che si tratta di un conflitto che non si può vincere perché il nemico è troppo mescolato con la popolazione». La madre di Tobini, il parà caduto, vorrebbe che «qualcuno abbia il coraggio di dire che l’intervento in Afghanistan è fallito. Ancora oggi continuo a sentire la litania del successo della missione di pace». Anna Rita non crede nelle trattative con i talebani: «Considererò la missione compiuta in modo esemplare il giorno in cui sarà garantita la pace di cui parlano e potrò andare in Afghanistan a deporre un fiore a Bala Murghab dove è caduto mio figlio».

Fonte: Panorama, 3 aprile 2019

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