I talebani attaccano i soldati americani, che rispondono con negoziati favorevoli

Tra giovedì e venerdì, in appena 48 ore, i talebani hanno lanciato tre ondate consecutive di attacchi contro la base militare di Shorab, nella regione dell’Helmand, nell’Afghanistan meridionale, dove sono ospitate anche truppe americane. L’ultimo assalto è cominciato con un attacco suicida, poi decine di miliziani armati hanno tentato di impadronirsi della base. Sono stati respinti, ma almeno 25 soldati afghani sono stati uccisi, altri presi in ostaggio.

Questi attacchi si ripetono ogni primavera, specie nell’Helmand, ma in questi giorni hanno un valore speciale. Mentre a sud del paese le milizie talebane danno l’assalto alle basi militari che ospitano anche soldati americani, a Doha gli stessi talebani e gli stessi americani negoziano il ritiro delle truppe di Washington dal paese e le modalità con cui i fondamentalisti islamici otterranno quanto meno una parte del governo del paese.

Secondo il New York Times, Washington ha presentato ai talebani un piano di ritiro completo delle 14mila truppe americane stanziate in Afghanistan nel giro di tre/cinque anni, e la possibilità per i talebani di formare un esecutivo condiviso con l’attuale governo afghano. L’America ritirerebbe metà delle sue truppe già nei prossimi mesi, e scaricherebbe gran parte degli oneri di addestramento delle truppe locali e protezione dei siti strategici agli 8.600 soldati stanziati dagli alleati europei.

E’ un pattern che abbiamo già visto: l’Amministrazione Terump vuole ritirarsi dalla Siria senza aver vinto la guerra allo Stato islamico, vuole ritirarsi dall’Afghanistan con i talebani ancora nel pieno delle forze, e tratta amichevolmente Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano senza concludere alcunché. “America First” non significa ristabilire la piena potenza dell’America. Significa fuggire dalle responsabilità e disperdere il patrimonio di vittorie ottenute, senza pensare alle conseguenze.

Fonte: Il Foglio, 2-3 marzo 2019

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