Poche regole severe per risanare lo “Stato poroso”

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«Un severo minimo di regole valide per tutti». Sabino Cassese cita esplicitamente Jorge Luis Borges per definire che cosa dovrebbe essere lo Stato di cui l’ Italia oggi ha grande bisogno. Sono le battute finali della «Lettura del Mulino»: appuntamento tradizionale dell’ intellettualità bolognese (e non solo) che si raccoglie intorno alla casa editrice.

Dall’ ex premier Romano Prodi al neo governatore della Banca d’ Italia Ignazio Visco, seduto ieri in prima fila nell’ Aula Magna di Santa Lucia, di fianco al numero due dell’ Istituto, Fabrizio Saccomanni (inizialmente favorito per la successione a Mario Draghi). Cassese, 76 anni, conosce i meccanismi dello Stato: li ha studiati da esperto di Diritto amministrativo; li vive da giudice della Corte costituzionale (dal 2005).

Si presenta a Bologna con una domanda retorica. «L’ Italia: una società senza Stato?» (è anche il titolo del suo saggio in uscita con il Mulino). La risposta di Cassese è un «sì» che ripercorre i 150 anni dell’ unità nazionale. Lo Stato italiano nasce debole, con «una costituzione debole, lo Statuto Albertino, a sua volta imposta a un popolo nel 1848». Questa malattia infantile si trasforma in debolezza, gracilità cronica, che si riflette anche sulla Costituzione del 1948.

Oggi Silvio Berlusconi (e altri prima di lui) lamenta la «mancanza di poteri» del presidente del Consiglio. Al contrario, dice Cassese, la Carta in vigore prevede «una concentrazione eccessiva di potere nel continuum formato da maggioranza popolare-maggioranza parlamentare-governo-presidente del Consiglio». Dopodiché, «tra ritardi e inattuazioni, la Costituzione repubblicana ne è uscita sfigurata».

Segue un’ analisi ormai largamente condivisa. Il distacco tra Paese reale e istituzioni; le ondate degli emigrati in fuga dall’ Italia, «casa inospitale per i propri figli» (ma oggi meta di oltre quattro milioni di immigrati); lo strappo tra Nord e Sud, tra sviluppo e recessione, tra legalità e mafia. Siamo al passaggio cruciale.

Il giudice costituzionale, conversando con i giornalisti, ci arriva con un ricordo personale: «Alla fine degli anni Ottanta fui chiamato a presiedere la Commissione di garanzia per la legge sullo sciopero. Andai dal premier Andreotti che mi indirizzò in un ufficio di Palazzo Chigi per mettere a punto le procedure. Qui un dirigente passò in rassegna diverse leggi, chiamando al telefono questo e quell’ esperto, cercando di accordarmi un trattamento di favore, nel senso buono».

Abbiamo una legislazione «a doppio fondo» (Piero Calamandrei), dove vige il massimo della «discrezionalità» e, dove, inevitabilmente, fiorisce la corruzione sistematica. Lo Stato diventa «poroso», «incapace di rendersi autonomo rispetto agli interessi costituiti, quelli economici e quelli elettorali». In queste condizioni, non c’ è da stupirsi se nel nostro Paese non sia maturata una grande burocrazia alla francese e sia, invece, proliferata una rete politica sovrabbondante («un milione e 300 mila addetti») che tiene «sotto controllo gli apparati pubblici».

In passato la classe dirigente aveva cercato di compensare «la debolezza del centro» con «la fuga dallo Stato», attraverso l’ istituzione di enti ed agenzie pubbliche (dall’ Eni alla Cassa per il Mezzogiorno). Oppure appaltando al «vincolo esterno» dell’ Europa il compito di riportare un minimo di ordine. Perché è proprio questa la conclusione di Cassese: «Lo Stato che ci serve non è lo Stato grande datore di lavoro che assume secondo il piacimento delle forze politiche, ma lo Stato-ordine giuridico, con un severo minimo di regole valide per tutti».

Giuseppe Sarcina, 6 novembre 2011

Fonte: corriere.it

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