Martedì, Settembre 26, 2017
   
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Storia di un marinaio

di Serena Lisi

Era nato a Sud, in quel tacco d’Italia dove la terra è rossa come il sangue ed il mare ha il colore dello zaffiro. Era nato nel giorno in cui, anni più in là, sarebbe stata celebrata la Liberazione, la “giornata senza morti” cantata da Venditti, che egli amava fischiettare. Felice di nome e di fatto, si era arruolato giovanissimo e aveva visto un po’ di mondo, anche al di là dell’oceano. Raccontava storie vere di mare e di eroi, in particolare alla figlia più grande, quella più simile a lui, che da piccola usava pettinarlo in cambio di un racconto o di una canzone patriottica.

Strano ma vero. Più invecchiava e più i suoi occhi viravano dall’originario verde cervone al color acquamarina. Una volta in pensione, sembrava aver “tirato i remi in barca”, essersi ritirato a vita privata con la bellissima moglie, una donna semplice e coltissima, dai profondi occhi neri. Di rado tornava presso gli antichi luoghi di lavoro e ripeteva sempre che bisognava lasciare spazio ai giovani, cosicché costoro vivessero e creassero il futuro in piena libertà.

Ma, di tanto in tanto, lo spirito del Marinaio si faceva vivo e bussava alla porta del suo cuore...e allora lui apriva quella porta. Una volta, una delle sue nipoti, figlia di colei che tanto gli somigliava, gli fu affidata per qualche ora: la madre e la nonna erano uscite per compere, il padre era anch’egli un Marinaio e navigava come lui aveva fatto anni prima. La bambina doveva fare una ricerca e gli chiese un suggerimento: “Nonno, devo fare una ricerca su un animale e ne vorrei uno che si immerga in mare come i tuoi sommergibili”. Senza pensarci su, egli rispose: “Allora fai il narvalo. E’ un grosso cetaceo, guarda sull’atlante degli animali che ti ha regalato la mamma! Ha un grosso dente che usa come fosse un radar”. La bambina sgranò gli occhi mentre lui soggiunse: “Era il nome del sommergibile dove ero imbarcato. Adesso il suo nastrino commemorativo è conservato nel grande museo di Spezia, dove il babbo ti porta d’estate”.

Il tempo passava e, di volta in volta, lui sembrava assopirsi dolcemente in una vita fatta di quotidianità serena, con chiacchierate tra vecchi amici dal “Tappeziere”, simpatico vicino di casa, e gesti da giovane innamorato per la moglie, ancora bellissima benché adulta, alla quale portava fiori e piccoli doni nei momenti più disparati.

Eppure, lo spirito sopito del Marinaio lo accompagnava ovunque. E lo accompagnò finanche nella notte più buia e tempestosa della sua vita, più lunga ancora delle notti trascorse in guerra, dove tutto era possibile. Era una torrida notte di agosto e lui era stato ricoverato per un banale intervento chirurgico. Per una malevola fatalità, un’ischemia gli tolse respiro e coscienza. Almeno in apparenza. Nel dormiveglia, si lamentava e cercava continuamente di alzarsi dal suo letto di ospedale, di combattere ancora per la vita. In quella notte di lacrime e destino, il Marinaio era assistito da un altro Marinaio, il già citato genero, che gli sussurrò: “Comandante, torni a letto, altrimenti l’Ammiraglio mi mette agli arresti”.

E lui si rimise a letto, calmo, quasi sereno, come sull’attenti. E in quella guisa, il giorno dopo, spirò, lasciando un ricordo indelebile tra tutti i suoi cari. Questo non è un semplice racconto. È una storia vera. È una storia di vocazione e dedizione. È la storia di un Marinaio d’Italia

(25 aprile 1921 – 28 agosto 1997)

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