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«Vincere, con strategia». La filosofia di McMaster il generale di Donald che ispirò Tom Clancy

di Gianluca Di Feo

Una tempesta di sabbia, proprio mentre il sole comincia a calare nel deserto infinito che corre verso l’Eufrate. Il capitano non ha ancora trent’anni e dal mirino del suo tank Abrams vede il nemico più temuto: un’intera brigata corazzata della Guardia repubblicana di Saddam Hussein, le migliori truppe del mondo arabo. Non perde un attimo, fa allineare i suoi 9 carri e 12 blindati, poi li lancia alla carica come fossero uno squadrone di cavalleria. Avanzano e sparano per tutta la notte e quando sorge l’alba la pianura pullula di carcasse di mezzi iracheni.

La leggenda dell’ufficiale che Donald Trump ha appena nominato Consigliere per la sicurezza nazionale è nata quel giorno del febbraio 1991. Oggi Herbert Raymond “H. R.” McMaster è considerato il modello del “guerriero intellettuale”, ugualmente diviso tra biblioteche e cannoni: un generale che non alza la voce e non si danna per la carriera. La sua è l’unica scelta del presidente che ha raccolto consensi unanimi, ma anche una scelta sorprendente. Perché McMaster ha una concezione chiara della leadership: «Abbiamo bisogno di comandanti che dimostrino coraggio e freddezza in battaglia, ma anche il coraggio di dire quello che pensano e offrire un’opinione sincera ai loro superiori».

Nel 1991 McMaster è stato consacrato come il moderno eroe americano, che trionfa grazie a determinazione e tecnologia: Tom Clancy trasformò la sua “cavalcata d’acciaio” in un bestseller. Viene decorato, promosso e mandato nelle accademie a insegnare il segreto della vittoria. E lui che cosa fa? Prende un master in storia e a 35 anni scrive un libro al vetriolo: “Il tradimento del dovere”, una critica spietata ai vertici delle forze armate che non contrastarono i piani della Casa Bianca durante il Vietnam. L’inizio di una nuova vita, segnata dal soprannome di “Iconoclasta”, che gli ha procurato profonde antipatie nell’alto comando. Ma altri generali hanno continuato a credere in lui.

Nel 2004 è ancora in Iraq, come colonnello, nel momento più duro. L’intero Paese è in rivolta e McMaster viene incaricato di domare Tal Afar, la capitale della resistenza sunnita. Prima del suo arrivo, i soldati entravano in città solo di giorno, per dare invano la caccia ai guerriglieri nelle case. Lui invece cambia tutto. Pianta le tende nel centro storico, stabilisce rapporti con la popolazione stanca di stragi, offre sicurezza. E vince di nuovo. Il presidente Bush lo loda, tv e think tank se lo contendono, la sua lezione diventa la strategia del generale Petraeus per riprendere il controllo dell’Iraq.

Riposta nell’armadio la tuta mimetica, McMaster riprende a studiare. Ma quando si tratta di promuoverlo generale, al Pentagono si ricordano di quel libro dissacrante e lo bocciano. I giornali gridano allo scandalo, ma i più scandalizzati sono i militari al fronte, perché i premi vanno a chi ha condotto le truppe al massacro. Tanto che viene cambiata la commissione d’esame, in modo da riconoscere i meriti dei veterani: McMaster, ovviamente, è il primo.

Nel 2010 è a Kabul, nello Stato maggiore dell’ultima offensiva prima del ritiro. E pure lì comprende la chiave del problema: per battere i talebani bisogna sconfiggere la corruzione nel governo afgano. Ottiene la guida di una task force contro le mazzette, ma è una missione impossibile pure per lui.
Nel frattempo però il mondo cambia. Mentre l’America si è logorata nella sfida globale al terrorismo, Cina e Russia hanno elaborato tattiche inedite. Nel 2014 Putin scatena in Ucraina la prima “guerra non lineare”, un misto di attacchi vecchio stile, campagne di disinformazione, operazioni di guerriglia, incursioni cibernetiche.

Cinque mesi dopo lo shock di Odessa, McMaster riceve l’investitura più complessa: gli chiedono di architettare l’esercito del futuro. Al solito, non nega la realtà: «Cina e Russia ci hanno sorpassato in molti campi». E crea una dottrina innovativa da realizzare in un decennio. McMaster non crede nella fretta. Ha sostenuto che gli errori in Iraq sono nati dalla mentalità del «predatore che cerca una vittoria rapida: non basta abbattere i nemici per vincere, ci vuole una strategia. E non esistono soluzioni semplici». L’esatto contrario di Trump.

Fonte: la Repubblica, 22 febbraio 2017

Foto: Reuters

 

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